Su nostro incarico, il dottore agronomo Gianpietro Bara ha effettuato il rilievo e la classificazione botanica degli alberi radicati nel giardino del prestigioso locale di viale Bornata a Brescia.

Nel caso specifico ci troviamo di fronte ad un impianto disetaneo di platano comune (Platanus acerifolia)

L’origine e l’inquadramento tassonomico del Platanus acerifolia sono ancora molto discussi e incerti.

Questa circostanza si evidenzia anche dall’elevata variabilità morfologica che gli alberi del giardino presentano, anche a motivo della diversa provenienza del materile vegetale che è stato fornito nei vari impianti che si sono succeduti.

Dal greco "platys", largo, in riferimento alle foglie e alla chioma, ...

Visualizza la catalogazione e classificazione dei platani del giardino

"Apprezzo molto questa iniziativa, perché rendere accessibile e documentare la storia della birra e dell'Antica Birreria Wührer contribuisce a creare una memoria condivisa, che è utile per riscoprire l'essenza stessa della città di Brescia e della laboriosità delle persone che l'hanno resa grande". Così l'assessore allo Sviluppo economico di Regione Lombardia Mauro Parolini intervenendo, a Brescia, all'inaugurazione della mostra 'Birra. Costume d'Italia negli scatti della Fiera Campionaria di Milano'.

NEGOZI STORICI - "Inoltre - ha concluso Parolini - proprio quest'anno la Birreria Wührer è stata inserita nel registro dei negozi storici e quello dei luoghi storici del commercio. È un patrimonio che vogliamo continuare a valorizzare e sostenere, perché sono punti di riferimento ed anche elementi di attrattività turistica per i centri urbani; e poi perché rappresentano un'identità e un modo di fare attività economica in grado di durare nel tempo, nonostante i morsi delle crisi e i rapidi cambiamenti imposti dal mercato".

(Lombardia Notizie)

In origine era la “Ale”, birra, come ormai ben sappiamo, ad alta fermentazione prodotta con lieviti in grado di agire a temperatura prossima a quella ambiente. Purtroppo questa regina delle bevande luppolate era facilmente soggetta a rovinarsi, a causa di sbalzi termici o di eccessivo calore, tanto da richiederne la conservazione in luoghi freschi come le caverne di montagna. A semplificare la vita dei maestri birrai, nel secolo scorso, è stata messa a punto la bassa fermentazione. La naturale selezione determinò la scomparsa dei lieviti che necessitavano di temperature elevate per lasciare il posto ad altri organismi in grado di prosperare anche a temperature inferiori a quella ambiente.

Ed ecco nato lo stile “Lager”, dal termine tedesco lagerung che significa immagazzinaggio, a denotare la tipica caratteristica del prodotto dotato di maggiore stabilità e ripetibilità rispetto alle vecchie “Ale”. A rappresentare la portata del fenomeno, basta citare il caso della Boemia dove nel 1860 erano presenti quasi trecento fabbriche di birra Ale contro il centinaio di birra Lager. Solo dieci anni dopo le fabbriche di birra Lager erano diventate più di ottocento mentre quelle di Ale erano pressoché prossime all’estinzione.

Sia le Ale che le Lager possono essere di qualsiasi colore e gradazione, distinguendosi principalmente per il fatto che le Ale sono più complesse e ricche di aromi floreali, mentre le Lager sono di sapore più pulito, evidenziando maggiormente i sentori di luppolo e malto. Ad oggi le Lager costituiscono quasi il 90% della produzione mondiale e rappresentano le classiche birre chiare che si possono ordinare nei bar di qualsiasi continente, da consumare rigorosamente molto fredde e con una gradazione alcolica in genere compreso fra 3.5° e 6.5°.

Le Pils sono la versione più classica delle Lager Chiare tedesche, in particolare definite come “Hell”, caratterizzate da colore chiaro e luppolatura abbondante da cui deriva il caratteristico amaro pronunciato. Le Lager scure di colore più ambrato, dette anche “Dunkel”, e quelle di colore nero, dette “Schwarzbier”, sono via via di sapore più intenso con sentori crescenti di caffè, liquirizia e cioccolato, tanto da richiamare maggiormente le Stout irlandesi.

Torna a Brescia, a grande richiesta e con tante novità, la mostra dedicata allo storico legame che la città vive tutt'ora con il marchio Wührer e la famiglia a cui appartenne fino agli Anni '80.
La mostra “La birra a Brescia. Un nuovo sorso di storia tra passato e futuro” che si svolgerà dal 27 febbraio al 6 marzo all''Antica Birreria Wührer, ripercorre la storia dell’attività birraria degli avi austriaci del Wührer fondatore della prima fabbrica di birra in Italia, sorta nel 1829. Oggetti antichi, cartelli pubblicitari e, in mostra per la prima volta, preziosi bicchieri di fine ‘800, quando la birra Wührer fu insignita dell'ambito riconoscimento di 'Prodotto della Real Casa'. Preziose carte intestate di marchi acquisiti e/o fondati dai Wührer (Birra Italia, Roma e Patzkowsky), cartoline postali pubblicitarie e tante altre 'vestigia', che testimoniano come la birra faccia profondamente parte del vissuto dei bresciani da oltre 150 anni! Tante le immagini inedite che raccontano l’attaccamento e la dedizione alla Wührer da parte di maestranze che, addirittura per generazioni, hanno lavorato nella Fabbrica di birra della Bornata (l’attuale Borgo Wührer).


L'iniziativa è stata fortemente voluta da Leo Ruocco titolare dell'Antica Birreria Wührer, tempio della birra per eccellenza, per continuare a celebrare i legami storici con la famiglia che ha dato nome e natali al suo locale e perché testimonia “il ricordo più vivo che mai che la stessa città di Brescia ha della Wührer”.

La mostra può essere anche l'occasione per scoprire e apprezzare la birra artigianale WCesar: sul filo di una passione mai sopita, Federico Wührer ha recentemente ripreso la produzione birraria con questa etichetta dedicata al padre Cesare, l'ultimo Wührer che lavorò con i fratelli alla Bornata.


Per tutta la settimana, Antica Birreria Wührer propone il menù WCesar: raffinati piatti della tradizione tirolese e gustose pizze con uno special price a partire da € 12, che comprende la degustazione della birra WCesar, L’artigianale di famiglia, nelle sue tre tipologie: Red (Italian IPA), Saison (con malto di frumento e fiocchi di avena) e Blonde (doppio malto).


Il risotto alla birra con radicchio e salsiccia è un primo piatto ricco e saporito, preparato con un ingrediente stagionale come il radicchio che conferisce un sapore caratteristico al piatto. Questo risotto alla birra con radicchio e salsiccia è una preparazione dal sapore rustico e pieno, piuttosto semplice da preparare, ma dal gusto davvero originale.

Il risotto alla birra con radicchio e salsiccia può essere cucinato anche utilizzando del radicchio trevigiano e della birra rossa.

Ingredienti

  • 320 gr di riso carnaroli
  • 400 gr. di radicchio trevigiano
  • 250 gr. di salsiccia (o soppressa)
  • Mezza cipolla
  • 1 bicchiere di birra o rossa
  • 20 gr. di burro
  • Brodo vegetale, q.b.
  • 2 cucchiai di olio extravergine di oliva

Preparazione

Per preparare il risotto alla birra con radicchio e salsiccia iniziate tagliando finemente il radicchio e tritando la cipolla. Mettete l’olio e il burro in un tegame, fatelo sciogliere, poi unite la cipolla e lasciatela appassire a fuoco basso per 10-15 minuti. Unite la salsiccia sbriciolata e fatela sbianchire, unite poi il radicchio e lasciatelo appassire a fuoco dolce mescolando di tanto in tanto. Quando il radicchio sarà appassito unite il riso, lasciatelo tostare per un paio di minuti. e poi sfumate con la birra; quando il liquido sarà evaporato continuate la cottura del risotto aggiungendo un mestolo di brodo vegetale alla volta fino al completo assorbimento del liquido precedente. Portate a cottura il riso, salate, pepate e infine aggiungete a piacere del parmigiano (o grana) grattugiato che amalgamerete per bene. Lasciate riposare il risotto alla birra con radicchio e salsiccia per un minuto e poi impiattate.

Fonte. giallozafferano

Alzi la mano chi non ha pensato, almeno una volta, di ingrassare bevendo la birra. La famigerata e tanto temuta “pancia da birra”, infatti, fa dubitare non poco riguardo ai benefici effetti della nostra amata bevanda sulla possibilità di perdere qualche chilo di troppo. Se state seguendo una dieta ipocalorica oggi vi diamo una bella notizia: il gonfiore non sarebbe causato dall’assunzione di birra, ma dal consumo di cibi grassi e salati che solitamente si mangiano per accompagnare la pinta.

Se avete paura di bere birra perché temete le calorie, state tranquilli. La birra presenta un basso contenuto calorico, di gran lunga inferiore rispetto alle altre bevande alcoliche: per 100 ml di bevanda la birra contiene appena 43 kcal, contro le 75 kcal del vino, le 235 della grappa e le ben 238 del whisky! Inoltre bere birra, sempre con moderazione, si intende, aumenta la produzione di bile che aiuta a digerire i cibi grassi e, visto anche l’elevato apporto di fibre, riduce il senso di fame.

Ma non è tutto. Da una recente ricerca dell’École Polytechnique Fédérale di Losanna, in Svizzera e del Weill Cornell Medical College di New York, e pubblicata su “Cell Metabolism”, emerge che la birra, proprio come il latte, contiene una sostanza, la nicotinamide riboside, in grado di stimolare la perdita di peso.

La ricerca è stata condotta su topi da laboratorio, somministrando a due gruppi diversi, una dieta ricca di grassi, ma solo al primo la molecola in questione. Dai risultati è emerso che i topi che avevano assunto la sostanza presentavano un peso inferiore del 60% rispetto all’altro gruppo di roditori. Secondo i ricercatori, quindi, la nicotinamide riboside sembrerebbe giocare un ruolo interessante nella prevenzione dell’obesità.

Questa molecola non avrebbe, però, soltanto un effetto dimagrante: i ricercatori hanno registrato, infatti, anche un effetto ritardante nello sviluppo del diabete, un miglioramento della forza muscolare e un potenziamento dei mitocondri, elementi che assicurano l’energia di cui le cellule hanno bisogno, rendendoli meno soggetti al processo di invecchiamento.

La pratica di infondere spezie e aromi in prodotti fermentati ha un’origine antichissima. La sua storia ci porta indietro nel tempo, fino a 2500 anni fa, ai Greci e ai medicamenti di Ippocrate.

Tali infusioni, infatti, erano prevalentemente considerate alla stregua di rimedi medicinali, ottenuti a partire da un vino rosso corposo che, per l’elevato tenore zuccherino e la forte gradazione alcoolica tipici dei fermentati d’uva Greci e Romani, non poteva essere consumato puro se non in piccole quantità. Ippocrate sarebbe stato il primo a far macerare i fiori del dittamo e dell’artemisia nel vino per ottenere una bevanda digestiva, tonificante e stimolante a cui fu dato il nome di ippocrasso proprio in suo onore.

La successiva diluizione con acqua fredda o tiepida rappresentò una naturale evoluzione, in linea con quanto già si praticava, durante i banchetti di principi e benestanti, per la consumazione dei vini mescolati con il miele. Realizzato a partire da fermentati di bassa qualità e successivamente diluito con acqua anche salmastra, l’ ippocrasso era la tipica bevanda delle classi più povere per le quali, grazie alla presenza dell’alcool, assolveva la funzione di parziale disinfezione dell’acqua di pozzo limitando la diffusione di epidemie.

Allo stesso tempo, in tutte le terre dove la coltivazione della vite non era possibile o economicamente sostenibile, in mancanza del vino la birra assunse la funzione di fermentato di base più comune, dando così origine alla tradizione delle birre aromatizzate fin dal Medioevo.

E’ infatti di questo periodo storico una mistura di erbe chiamata “Grut” o “Gruyt”, composta da bacche di ginepro, prugnolo, corteccia di quercia, assenzio, semi di cumino, anice, genziana e rosmarino, utilizzata per l’aromatizzazione della birra nelle ultime fasi di preparazione.

Le moderne ricette, frutto dell’evoluzione dei secoli e dello spirito di sperimentazione di alcuni birrifici, hanno incluso anche aromatizzazioni a base di aghi di pino della Caledonia, erbe da liquore, mirto, ortaggi e frutta secca, arrivando anche ad utilizzare cicoria, tarassaco, mandorle e puntarelle.

L’ippocrasso può essere considerato, quindi, a tutti gli effetti l’antenato degli attuali vermouth e delle birre aromatizzate o speziate. La prossima volta che sorseggerete la vostra lambic, witbier, bohemian pilsner e strong belgian ale, non potrete fare a meno di emozionarvi al pensiero di essere l’ultimo anello di una storia incredibile, lunga almeno 2500 anni!

Siete stanchi del classico risotto e state cercando una ricetta facile e veloce che sia gustosa e, perché no, anche ricercata? Oggi abbiamo quello che fa per voi: un risotto originale, che metterà tutti d’accordo! Il merito va al sapore delizioso della pancetta e al gusto caratteristico della birra meglio se scura, che viene impiegata per sfumare il riso. Il tocco finale? La mantecatura con parmigiano e gorgonzola dolce, che saprà dare note olfattive e un sapore particolare al vostro risotto. Ecco come preparare questa ricetta.

Ingredienti per 2 persone

  • 180 gr. di riso carnaroli
  • 1 bicchiere di birra scura
  • 70 gr. di gorgonzola dolce
  • 100 gr. di pancetta
  • 1 scalogno
  • brodo
  • 30 gr di parmigiano grattugiato
  • 1 noce di burro
  • Sale q.b.

Preparazione

Preparate a parte il brodo. Tagliare la pancetta in cubetti o striscioline. In una padella mettere la pancetta e lasciare che il grasso si sciolga. Aggiungere quindi lo scalogno e farlo soffriggere. Alzare un po’ il fuoco e aggiungere il riso lasciandolo tostare e insaporire per un paio di minuti. Unire la birra scura e attendere fino a che non sarà evaporata, a questo punto abbassare la fiamma e cominciare ad aggiungere il brodo bollente poco alla volta finché il riso non sarà pronto. A fine cottura togliere la pentola dal fuoco, unire il gorgonzola tagliato a cubetti, il parmigiano, la noce di burro e aggiustare di sale e pepe e mantecare. Coprire con un coperchio e lasciare riposare per un paio di minuti. Servire caldo.

Fonte:mangiaconme.it

Bere birra, ormai lo sappiamo, non soltanto fa bene al nostro umore, ma ha numerosi effetti benefici sulla nostra salute. Tra le tante proprietà della nostra amata bevanda ce ne sarebbe una in particolare che riguarda la possibilità di contrastare l’attività delle cellule tumorali.

Da tempo prestigiose ricerche scientifiche hanno sfatato il noto luogo comune secondo il quale il consumo di bevande alcoliche sarebbe direttamente correlato alla comparsa di tumori delle prime vie dell’apparato digerente. Oggi nuove ricerche si spingono oltre per dimostrare che lo xantumolo, un particolare polifenolo contenuto nella pianta del luppolo, è realmente una sostanza antitumorale.

Da uno studio condotto dall’Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro di Genova, risulta, infatti, che questa sostanza presente nelle infiorescenze femminili del luppolo, oltre a possedere un’azione antiossidante e anti radicali liberi, sia in grado di inibire la proliferazione e la vitalità delle cellule tumorali umane di carcinomi mammari, ovarici e di tumori del colon. La ricerca ha, inoltre, evidenziato come questo polifenolo presente nella birra, sia capace di indurre la morte delle cellule leucemiche e di frenare l’angiogenesi, cioè la proliferazione dei vasi sanguigni che alimentano la crescita dei tumori. Lo xantumolo sarebbe 100 volte più potente dei polifenoli contenuti nel tè verde e nel vino rosso e proprio per questo motivo potrebbe essere impiegato in un futuro non troppo lontano come farmaco da somministrare, in associazione con altri, durante la chemioterapia. Una seconda ricerca condotta dal dipartimento di biochimica della facoltà di medicina dell’Università di Oporto in Portogallo ha messo in risalto la potente azione inibitoria dello xantumolo sulla sintesi estrogenica, aprendo interessanti prospettive nella prevenzione e nel trattamento delle malattie estrogeno – dipendenti quali il cancro al seno.

Un altro studio condotto dai ricercatori del German Cancer Research Center di Heidelberg, Germania, aveva il compito di esaminare come questa sostanza potesse agire sugli androgeni maschili, allo stesso modo di come agisce sugli estrogeni femminili, al fine di valutare il suo impiego nella prevenzione del cancro alla prostata. Il team di ricercatori hanno stimolato le cellule cancerose con il testosterone ottenendo una conseguente e massiccia secrezione dell’antigene prostatico specifico (PSA) che è utilizzato nello screening e nella diagnosi del cancro alla prostata. Dopodiché sono stati esaminati gli effetti del testosterone e dello xantoumolo sulle cellule. Si è così scoperto che il polifenolo si lega direttamente alla struttura del recettore degli androgeni e impedisce il “trasloco” di questo recettore dal nucleo della cellula, inibendo di fatto la possibilità di attivare la secrezione del PSA.

Non tutte le birre però contengono un’elevata concentrazione di xantumolo. La migliore è quella a più alto contenuto di luppolo, quindi dal sapore più amaro e dotata di una schiuma densa e persistente. La bassa quantità di luppolo porterebbe la schiuma a dissolversi quasi immediatamente.

Una fra le birre più difficili da “farsi piacere”, la Gose è oggetto di una riscoperta in tempi recenti. Fenomeno inspiegabile se si considerano le peculiarità del suo insolito mix di ingredienti: frumento, malto d’orzo, coriandolo, lattobacilli e…..sale! Frutto di un antico stile brassicolo tedesco, la Gose prendo il nome dall’omonimo fiume che attraversa Goslar, cittadina della Sassonia, importante centro minerario famoso per le cave di sale e altrettanto rinomato centro birrario fin dai tempi di Ottone III. E proprio per via del sale, che si riversava nell’acqua delle fonti utilizzate dai birrai, la Gose risulta essere, per tradizione, salata. Essendo una specialità della Sassonia, la Gose dovette ottenere una deroga al Reinheittsgebot, il cosiddetto editto di purezza, che ne permise la produzione e la commercializzazione. A seguito del declino delle miniere, la Gose traslocò, insieme ai migranti in cerca di lavoro, a Lipsia, dove la più antica licenza di produzione rilasciata da comune porta la data del 1738.

Il successo della Lipziger Gose fu tale che il comune originario di Goslar ne vietò definitivamente la produzione nel 1826 a favore di specialità birrarie più redditizie, lasciando così campo libero ai birrai di Lipsia. Le due Guerre Mondiali e il regime totalitario della ex D.D.R. portarono successivamente ad un rapido declino della produzione di Gose a Lipsia, fino alla totale scomparsa nel 1966. Solo nel 1985 la produzione ebbe nuovamente inizio grazie alla testardaggine di un publican di Lipsia, Lothar Goldhahn, deciso a recuperare per il suo locale l’antica ricetta da un ex dipendente dell’ultimo birrificio attivo e a rimetterla in produzione a proprie spese.

La tipica acidità lattica facilmente rilevabile al gusto è, oggi, ottenuta con l’inoculo di lattobacilli, ma in passato queste birre risultavano essere fermentate in modo spontaneo, come riportato da una descrizione tedesca del 1740. E’, tuttavia, possibile che l’aggiunta di lattobacilli sia stata a lungo uno dei segreti produttivi di questo stile. Il metodo di maturazione, ben diverso dalle altre birre tedesche del XIX secolo, prevede che la birra venga spedita alle taverne ancora in fase di vigorosa fermentazione in botti di legno. Terminata questa fase è, quindi, possibile passare all’imbottigliamento nelle pittoresche bottiglie dal lungo collo dove il movimento dei lieviti, ancora attivi, provvede a creare un blocco naturale così da evitare l’uso di tappi.

Birra ad alta fermentazione ma dalla bassa gradazione alcoolica, presenta un colore che va dal giallo paglierino all’arancione intenso con un persistente cappello di schiuma. Delicata e dall’amaro quasi impercettibile, data la scarsa luppolatura, ha il tipico finale secco, acidulo e leggermente salino che ne fanno una birra dissetante e beverina, ideale per annaffiare uno stinco di maiale al forno

Anche nel culmine dei festeggiamenti, quando il brindisi può sembrare la cosa più semplice e naturale da fare, il galateo impone attenzione ai modi e, in alcuni paesi, a regole ferree la cui inosservanza potrebbe essere interpretata addirittura come una mancanza di rispetto.

Forse non tutti sanno, infatti, che in Germania, come anche nel nostro Paese, vige una regola ben precisa: prima di alzare i calici è bene assicurarsi di guardare bene negli occhi tutti i convenuti al brindisi. In caso contrario si potrebbe essere accusati di avere qualche conto in sospeso con qualcuno di loro.

Il tintinnare dei bicchieri va, invece, accuratamente evitato in Ungheria dove l’eventuale contatto può essere considerato segno di maleducazione.

Riempire subito il proprio bicchiere per evitare di pagare la consumazione a tutti i presenti, anche senza brindare, è una priorità in Armenia, contrariamente a quanto avviene in Irlanda dove è consuetudine pagare il primo giro di bevute a tutti i convenuti al tavolo, certi che il gesto sarà sicuramente ricambiato.

Per gli Americani è apprezzata la consuetudine di dedicare il primo brindisi a uno dei presenti, ma l’estremo Oriente è il luogo in cui di certo il galateo richiede più attenzione: mentre in Cina è consentito far tintinnare i bicchieri stando attenti, però, a mantenere il proprio calice al di sotto di quello dell’altro come attestazione di stima, in Giappone la rigida regola prevede di versare prima nel bicchiere del proprio vicino per poi attendere pazientemente che il gesto venga ricambiato.

Molto più pratica e meno impegnativa è l’abitudine brasiliana di ordinare un’unica bottiglia grande da cui riempire per tutti bicchieri molto più piccoli del normale, evitando, in questo modo, che la bibita si scaldi.

Questo Natale volete stupire i vostri ospiti con un dessert davvero originale, che abbia come protagonista la nostra amata bevanda? Provate con dei deliziosi dolcetti alla birra Guinness! I cupcake, di origine statunitense, devono il loro nome alla loro dimensione, infatti sono grandi proprio come una tazzina (cup). I cupcake vengono gustati al naturale o molto più frequentemente decorati con creme al burro, creme al formaggio o con golose glasse. Noi ve li proponiamo con un ingrediente decisamente speciale: la Guinness che conferisce un piacevole retrogusto e si combina alla perfezione con il cioccolato.

Ingredienti per circa 14 cupcakes

Per l’impasto:

  • 115 gr. di farina
  • 150- 200 ml di birra Guinness
  • 165 gr. di zucchero di canna 
  • 115 gr. di burro morbido
  • 2 uova
  • 50 gr. di cacao amaro in polvere
  • 1 bustina di lievito per dolci 

Per il frosting:

  • 60 gr di burro
  • 4 cucchiai di Giunness
  • 2 cucchiai di cacao amaro in polvere
  • 250 gr di zucchero a velo

 

Preparazione
Montare il burro morbido (se necessario passarlo nel microonde) con lo zucchero di canna. Aggiungere le uova una alla volta, non unire il successivo, se il primo non è stato completamente inglobato. Accendere il forno a 180° in funzione statica e lasciarlo riscaldare. ggiungere ora gradualmente la farina, il cacao e il lievito, preventivamente setacciati insieme, alternandoli alla birra. Lavorare il composto fino ad ottenere una crema liscia e senza grumi, quindi dividerli  in uno stampo per muffin o in singoli pirottini di carta, in quest’ultimo caso vi consiglio di usarne due per cupcake, per dare più sostegno, altrimenti rischiate che lievitando in forno si allargheranno piuttosto che crescere in altezza. Far cuocere in forno caldo per circa 25 min., per verificare che siano cotti, inserite uno stuzzicadenti al centro del dolce, se esce completamente asciutto e pulito potete toglierli dal forno e lasciarli raffreddare per 10 minuti. Intanto che i vostri cupcake si raffreddano, preparate il frosting. In un pentolino combinate la birra, il burro e il cacao amaro. Mettete a scaldare e mescolate con una frusta metallica fino a che il burro non sia sciolto e l’impasto sia diventato uniforme. Quindi togliete il pentolino dal fuoco e incorporate lo zucchero a velo. Quando i cupcake saranno freddi, decorateli con il frosting et voilà!

Amanti della birra, ottime notizie per voi! Come se non fossero sufficienti le numerose ricerche che, in questi ultimi anni, continuano a confermare le proprietà nutrizionali della birra e i suoi benefici per il nostro organismo, oggi vogliamo parlarvi di un nuovo studio che mette in luce nuovi aspetti della nostra amata bevanda. Parrebbe, infatti, che bevuta con moderazione, la birra riuscirebbe a migliorare le nostre capacità di problem solving. Sì, avete capito bene: la bevanda più antica del mondo stimolerebbe l’ingegno e la nostra creatività.

Abbiamo già avuto modo di parlare dei benefici della birra sulle capacità cognitive e la memoria, secondo i risultati di uno studio condotto da un team di ricercatori e di psicologi americani dell’Università dell’Illinois di Chicago, basterebbero un paio di bicchieri di birra per potenziare intelligenza e creatività.

La ricerca ha coinvolto quaranta uomini ai quali sono stati sottoposti quiz e rompicapo che richiedono una buona dose di creatività e ingegno. Quelli che hanno bevuto due bicchieri di birra sono risultati più brillanti e anche più veloci, rispetto ai colleghi rimasti sobri. Chi ha assunto la bionda bevanda, infatti, è stato in grado di risolvere il 40% in più di quiz e rompicapo impiegando appena 12 secondi, contro i 15,5 secondi utilizzati dai sobri per venire a capo del problema.

La birra, sempre se assunta con moderazione, rende più reattivi e più ingegnosi e migliora la nostra capacità di cercare soluzioni creative ai problemi. Dallo studio emerge, infatti, che è proprio la condizione di rilassamento e di flessibilità mentale generata dalla birra a far emergere soluzioni creative e a potenziare la nostra capacità di problem solving. Al contrario di quello che si pensa, quindi, per trovare la soluzione ad un problema, non basta essere concentrati, a volte la creatività ci sorprende proprio quando siamo più tranquilli, giusto il necessario per inibire l’attitudine a riflettere troppo, senza però perdere la nostra produttività.

Tra i tanti stili brassicoli ne esiste uno, decisamente poco noto ai più, ma che i veri intenditori di birra conoscono sicuramente. Stiamo parlando della Barley Wine, una birra-vino o vino-birra ad alta fermentazione, che sta vedendo aumentare in maniera sempre più decisa la sua schiera di estimatori. La tipologia brassicola delle Barley Wine, nata in Inghilterra, comprende quelle birre che appartengono alla categoria dei “vini d’orzo” nella traduzione letterale e che possono essere considerate dei “quasi vini”. Ad accomunare le Barley Wine al nettare di Bacco sono diverse caratteristiche: l’elevato grado alcolico, che supera gli otto gradi, le sensazioni che, al palato, ricordano proprio il vino e, infine, la capacità di migliorare con il trascorrere degli anni.

Questa tipologia brassicola, infatti, ama sostare in cantina per lunghi anni, anche oltre i trenta, arrivando a regalare ai degustatori sensazioni intense simili anche a quelle di un pregiato cognac o di uno sherry. Si tratta di birre complesse e ben strutturate, non particolarmente adatte a essere bevute durante i pasti, ma di più a essere godute a fine pasto. Vere e proprie birre da meditazione, le barley wine meritano di essere degustate in ampi bicchieri e servite a temperatura ambiente magari in abbinamento a cioccolato, dolci o formaggi. Chi desidera assaporare una barley wine deve essere pronto a sperimentare sensazioni decisamente insolite, che si discostano di gran lunga da quelle che normalmente accomunano le birre. Dal colore che va dal ramato al bruno, queste birre sorprendono per le note intense e singolari, che spaziano dal fruttato al tostato, fino ai sentori tipici del vino. Un’altra peculiarità riguarda la quasi totale assenza di schiuma che, qualora presente, non è mai persistente, e l’elevata gradazione alcoolica che supera facilmente gli otto gradi.

Le due tipologie principali riconosciute sono la English e la American Style, entrambe accomunate da scarsità di schiuma, alta gradazione alcoolica, metodo produttivo e lungo invecchiamento, ma che si differenziano principalmente per il sapore: resinoso e più amaro per i luppoli americani, più maltato e con note di frutta secca per quelli inglesi. Anche in Italia questo stile brassicolo si sta facendo strada. Anche se al momento non esiste ancora un vero e proprio Italian Style, la situazione attuale è caratterizzata da una buona dose di sperimentazione, che consente di interpretare la tipologia delle barley wine con molta fantasia, libertà e assenza di regole, raggiungendo risultati di elevato livello qualitativo.

Non una semplice torta ma un’autentica esperienza goduriosa, una vera e propria estasi di gusto. Stiamo parlando della chiffon cake, detta anche la fluffosa per la sua estrema sofficità e morbidezza. Noi ve la presentiamo in una versione strong con l'aggiunta della birra sia nell'impasto, sia nella deliziosa crema allo zabaione. Piacere all'ennesima potenza!

 INGREDIENTI:

 chiffon cake alla birra

  • 240 gr di farina 00
  • 75 gr di cacao amaro
  • 200 gr di birra bionda
  • 300 gr di zucchero semolato
  • 120 ml di olio di semi di mais
  • 8 gr di cremore di tartaro
  • 7 uova + 3 albumi (gli albumi in più sono una mia aggiunta)
  • 1 bustina di lievito per dolci
  • 1 pizzico di sale
  • un goccio di succo di limone

decorazione

  • 100 gr di cioccolato fondente – 20 gr di panna fresca
  • 1 noce di burro (15 gr)
  • granella di mandorle

zabaione morbido alla birra

  • 3 tuorli – 30 ml di birra bionda
  • 60 gr di zucchero semolato
  • 100 ml di panna fresca

 

PROCEDIMENTO:

chiffon cake alla birra

Separare i tuorli dagli albumi, in una grande ciotola setacciare le polveri ad eccezione del cremor tartaro, ovvero la farina, lo zucchero, il cacao, il lievito ed il sale e disporle a fontana, versare al centro e senza mescolare i tuorli, l’olio e lentamente la birra. Montare a neve fermissima gli albumi con una spruzzatina di succo di limone e incorporarvi il cremor tartaro. Utilizzando delle fruste elettriche mescolare gli ingredienti preparati precedentemente, quando il composto risulterà omogeneo incorporare lentamente gli albumi a neve con una spatola mescolando dal basso verso l’alto. Versare il tutto in uno stampo di alluminio NON imburrato e infornare nella parte bassa del forno statico preriscaldato a 160° per circa 50 minuti (ogni forno è a sè, per cui verificare verso la fine il grado di doratura e la cottura con lo stecchino). Capovolgere delicatamente lo stampo poggiandolo sugli appositi piedini di modo che il dolce resti a testa in giù (preferibilmente tutta la notte) e si stacchi lentamente da solo. Quando il dolce risulterà completamente freddo e sarà sceso giù staccarlo delicatamente dalla base removibile aiutandosi con un coltello sottile ed affilato

decorazione

Sciogliere a bagnomaria il cioccolato unitamente al burro ed alla panna e mescolare. Quando la glassa risulterà fluida utilizzarla per glassare la superficie della torta. Tostare la granella di mandorle sul fondo rovente di una padella antiaderente e distribuire le mandorle sulla torta a piacimento

zabaione morbido

Montare i tuorli con lo zucchero fino ad ottenere una crema chiara e spumosa e incorporare a filo la birra continuando a montare. Cuocere a bagnomaria il composto (non a contatto diretto con l’acqua, ma solo col vapore) mescolando frequentemente fin quando comincerà a gonfiare. Spegnere e lasciar raffreddare. Montare leggermente la panna, incorporarla allo zabaione alla birra e servire la crema morbida insieme alla torta.

Fonte: profumodicannella.ifood.it

Probabilmente stenterete a crederci, ma a chiedere una birra “Doppio Malto”, o “Double Malt” che dir si voglia, in un rispettabile pub della tradizione inglese, ci fareste una magra figura. E questo perché la birra che vi piacerebbe sorseggiare, in realtà non esiste, se non nell’ambito della legislazione italiana. Avete capito bene, quella della birra Doppio Malto è un'invenzione tutta nostra e per giunta un'invenzione di cui difficilmente un mastro birraio andrebbe fiero, perché non ha niente a che vedere con sofisticate tecniche di produzione della preziosa bevanda luppolata.

Molto più semplicemente, quando il legislatore ha disciplinato la produzione e il commercio della birra con una legge, la n. 1354 del 1962, risalente ormai ad oltre cinquant’anni fa, ha introdotto una classificazione ai fini della tassazione, adottando come criterio il contenuto di zuccheri presenti nel mosto di partenza prima che cominci la fermentazione, il cosiddetto Grado Plato.

In base a questa classificazione, le cosiddette birre Doppio Malto sono contraddistinte da un Grado Plato superiore a 14,5 °P e sono soggette alla tassazione più elevata. Poco importa se, al termine del processo di produzione, la maggior parte degli zuccheri vada ad ingrassare il corpo della birra a discapito dell’alcool, che può rimanere anche poco al di sopra dei 5 gradi. Nessuna quantità doppia di malto, quindi, o cose simili e per di più la denominazione non denota uno stile, un colore o un gusto particolare.

Ad onore del legislatore va detto che anche altri Paesi hanno suddivisioni simili: in Belgio, ad esempio, la suddivisione è in Categorie, dalla S alla III, ma nessuno si sognerebbe mai di andare a chiedere “una Cat. III, per favore!”. Per completezza, va detto anche che la definizione “Triplo Malto” è semplicemente una furberia pubblicitaria priva di senso, che non va assolutamente confusa con la belga “Tripel” e che, di sicuro, è ben lontana dall’essere una perla da amanti della birra. Se doveste capitare all’estero e ci tenete alla vostra fama di intenditori, il nostro consiglio è quello di evitate accuratamente di citare i multipli del malto, o loro improbabili traduzioni!

Amiche di Antica birreria Wuhrer, quante volte vi siete interrogate su quale fosse il trattamento migliore per la vostra pelle, per eliminare quelle antiestetiche rughe, per distenderla e renderla più bella e luminosa? Nella vostra estenuante ricerca dell’elisir di eterna giovinezza, però, mai avreste immaginato che la vostra amata bevanda, la birra, potesse aiutarvi a mantenere il vostro aspetto giovane e bello. E, invece, sembrerebbe proprio così!

Il merito va ai polifenoli contenuti nel luppolo che sarebbero in grado di contrastare l’enzima responsabile delle rughe e della pelle flaccida. I polifenoli sono sostanze naturali, particolarmente note per la loro azione positiva sulla salute umana. Tra i loro effetti benefici c’è anche un’azione antiossidante; i polifenoli, cioè, proteggono le cellule dai danni causati dai radicali liberi, che si sviluppano con il normale metabolismo cellulare e a causa di radiazioni, fumo, agenti inquinanti, raggi UV, stress emotivo e fisico, additivi chimici, attacchi virali e batterici ecc.

Ad affermare che la birra può essere impiegata per i trattamenti facciali è un ricercatore giapponese, tale Sho Shind, il quale, insieme a tre birrifici, sta sviluppando una birra particolarmente ricca di polifenoli del luppolo. Nuove tecniche produttive sarebbero in grado di allungare i tempi di bollitura del malto per trattenere il più possibile i polifenoli nella birra.

Ad esercitare un’azione benefica sulla pelle concorre anche un altro ingrediente contenuto nella birra: il malto d'orzo. L’acido felurico di cui è naturalmente ricco, è un potente antiossidante che non solo protegge la pelle dai raggi del sole, ma la aiuta a scurirsi in maniera uniforme, donando una piacevole abbronzatura. Da tempo, inoltre, sono noti gli effetti della birra su una chioma lucente e rigogliosa. Il luppolo, grazie alla presenza di silicio, dona luminosità e volume, fortificando i capelli dall’interno. Prima di procedere con l’impacco, però, è necessario far bollire la birra per eliminare l’alcol e mescolare il liquido così ottenuto, con dell’olio di cocco. Risultato garantito!

 

Birre decisamente impegnative, ben diverse dalle comuni bevande luppolate che affollano gli scaffali dei supermercati, oggetto di rigorose degustazioni riservate a cultori della vera birra, le Trappiste non vanno confuse con la ben più ampia e, sotto certi aspetti, meno rigorosa compagine delle cosiddette “Birre d’Abbazia”. A differenza di queste ultime, per le quali il collegamento con le Abbazie è, in molti casi, venuto meno, sostituito dallo sfruttamento del solo marchio e dall’utilizzo di antiche ricette, le vere “Trappiste” sono soggette ad un disciplinare rigido e, soprattutto, a tre requisiti indispensabili per potersi fregiare del noto logo esagonale “Authentic Trappist Product” introdotto nel 1997:

  • La birra deve essere prodotta all’interno di un’Abbazia Trappista;
  • La produzione deve avvenire sotto il diretto controllo della comunità monastica;
  • L’intera attività non deve avere scopo di lucro, con i ricavi utilizzati dall’Ordine esclusivamente per perseguire atti caritatevoli.

L’ITA, Associazione Trappista Internazionale originariamente fondata da otto abbazie con il compito di tutelare gli autentici prodotti trappisti, ad oggi ha fregiato del suo bollino solo dieci monasteri in tutto il mondo: sei in Belgio, due in Olanda compresa La Trappe che si vide temporaneamente revocato l’uso del logo dal 1999 al 2005 per il fatto di essere stata venduta ad una multinazionale, una in Austria e una negli Stati Uniti.

Il nome deriva dal convento di Notre-Dame de la Trappe, in Normandia, dove un rampollo di nobile famiglia fondò, dopo una giovinezza dissoluta, l’Ordine dei Cistercensi della Stretta Osservanza, introducendo una stretta regola monastica basata sul silenzio, sulla contemplazione e, fortunatamente per gli amanti della birra, sul lavoro manuale, fonte di sostentamento attraverso la vendita di alimenti e beni prodotti all’interno del monastero.

Le birre Trappiste originate da questa tradizione sono prodotte con ingredienti semplici e genuini, generalmente non filtrate né pastorizzate, ciò che permette di proseguire la maturazione anche dopo l’imbottigliamento per la presenza di lieviti vitali.

Rappresentano per molti l’eccellenza delle birre. Corpose, con sapori e profumi intensi, vanno degustate lentamente per coglierne appieno la complessità e gli aromi caratteristici frutto di lavorazioni e “segreti” che rimangono spesso custoditi all’interno delle Abbazie.

 

Avete voglia di cimentarvi nella preparazione di un secondo piatto gustoso, che stupisca i vostri ospiti? Ecco a voi le braciole alla birra: semplici da preparare, risultano morbide e saporite anche grazie all’aggiunta della birra, preferibilmente rossa, che esalta il sapore della carne e dà quel tocco in più al vostro piatto. Ecco come realizzarle.

Ingredienti

  •  4 braciole
  • mezzo spicchio d’aglio
  • la scorza grattugiata di mezzo limone
  • 40 gr. di olio extravergine d’oliva
  • un rametto di rosmarino
  • sale q.b.
  • pepe q.b.
  • 40 gr. di burro
  • 2 rametti di timo
  • 10 cl. di birra artigianale rossa a vostra scelta

 

Preparazione

Cominciate preparando un trito con le erbe aromatiche: pulite e tritate l’aglio, sciacquate e sminuzzate rosmarino e timo e aggiungete la buccia di limone. Poi condite la carne: posizionate le braciole su un tagliere e cospargetele di sale e pepe su tutta la superficie. Ora riscaldate l’olio in padella e aggiungete la carne che dovrà cuocere per circa 5 minuti su ogni lato. A questo punto arricchite il gusto delle braciole: nella stessa padella sciogliete il burro, aromatizzate con le erbe e infine cospargete con la birra. Mescolate bene e lasciate che i liquidi si riassorbano per qualche istante. Spegnete il fuoco e disponete le bistecche nei piatti: per conservare la morbidezza delle carni e renderle ancora più gustose aggiungete la salsa alla birra rimasta in padella.

fonte: portalebirra.it

 

Abbiamo parlato nei post precedenti, dedicati a come prende vita la birra, dell’alta e della bassa fermentazione. C’è, però, un altro metodo, quello se vogliamo più affascinante, che non prevede l’aggiunta di lievito da parte dei produttori e che, per questo motivo, prende il nome di fermentazione spontanea. La zona di produzione è tipica del Belgio e, in particolare di una regione, il Pajottenland; è qui, infatti, che sono localizzati i particolari lieviti che agiscono, in modo spontaneo sul processo di fermentazione della birra.

Il mosto, in questo caso, viene fatto fermentare liberamente in enormi vasche poco profonde, che si sviluppano in senso orizzontale, posizionate all’aria aperta. Questo per favorire al massimo l’impatto della superficie a contatto con l’aria. I lieviti, naturalmente presenti in atmosfera, una volta venuti a contatto con il mosto, si moltiplicano, attaccano gli zuccheri e li trasformano in alcol. In seguito il mosto viene trasferito in botti di castagno, o di rovere, dove viene lasciato a fermentare. Il periodo più indicato per produrre questa tipologia di birra va da ottobre ad aprile, quando i lieviti presenti nell’aria non sono particolarmente aggressivi, come nei mesi più caldi, e questo al fine di non compromettere la qualità del prodotto finito. La birra così ottenuta può essere consumata l’estate successiva, oppure lasciata invecchiare anche fino a tre anni.

Il risultato sono 4 tipologie di birre, tutte molto particolari; la più nota è sicuramente la Lambic, birra che prende il nome da un particolare tipo di lievito, il B. Lambicus, prodotta con malto d’orzo, frumento non maltato e luppolo vecchio di 2/3 anni. Molti la definiscono “l’anello mancante tra vino e birra” ed effettivamente è davvero così, visto la particolare del gusto e dei suoi aromi.

Tra le altre tipologie di birre a fermentazione spontanea ritroviamo la Gueuze, miscela di lambic giovane, con zuccheri fermentabili e lambic vecchio, la cui fermentazione continua in bottiglia. È anche definita lo champagne del Belgio, non solo perché è imbottigliata nelle tipiche bottiglie di champagne, ma anche per la schiuma e il sapore secco tipiche di questa bevanda. Anche le birre fruttate rientrano in questa categoria: la Kriek prodotta con l’aggiunta di ciliegie complete di nocciolo, che conferiscono un sentore di legno e mandorla, la Framboise prodotta con l’aggiunta di lamponi, più secca e acida e altre birre fruttate, realizzate con acini d’uva e pesca. L’ultima birra a fermentazione spontanea è la Faro, decisamente poco nota e quasi scomparsa. Questa birra viene prodotta con l’aggiunta di zucchero candito bruno, che attenua l’acidità tipica della bevanda. 

Bere birra, moderatamente, ridurrebbe i rischi cardiaci per le donne.

Ad affermarlo un autorevole studio dell’Università svedese di Göteborg pubblicato sulla rivista scientifica Scandinavian Journal of Primary Health Care. Per arrivare a questa conclusione i ricercatori hanno condotto un’indagine pianificata per durare addirittura mezzo secolo, ma che finora ha esaminato i risultati raccolti nei primi 32 anni, dal 1968 al 2000, anno in cui l’età delle donne era compresa tra i 70 e i 92 anni. Le 1.500 signore coinvolte sono state chiamate a compilare un questionario relativo alla frequenza di consumo di birra, vino e liquori e alle eventuali patologie sviluppate. Dall’esame dei dati è risultato che 185 intervistate hanno avuto un infarto, 162 un ictus, 160 hanno sviluppato il diabete e ben 345 sono state colpite da una forma tumorale.

 

L’intento degli studiosi era quello di capire quale fosse la correlazione tra il consumo di bevande alcoliche e lo sviluppo di diverse patologie. I dati hanno messo in risalto l’influenza dell’eccessivo consumo di alcolici sul rischio di contrarre il cancro, rispetto agli astemi o ai bevitori meno assidui, rischio che sale addirittura del 50%. Al contempo, però, i ricercatori hanno notato un dato davvero sorprendente: le donne che avevano l’abitudine di consumare birra, in misura moderata, hanno visto ridursi del 30% il rischio di infarto e di altri disturbi cardiaci, rispetto a coloro che non consumano affatto questa bevanda e alle assidue bevitrici. In particolare la quantità di birra indicata va da una e due volte a settimana e da una e due volte al mese.

 

La birra, quindi, tra le sue innumerevoli proprietà avrebbe anche quella di proteggere il cuore delle donne. Come hanno affermato gli stessi studiosi, in passato erano già state condotte altre ricerche sull’argomento, dalle quali era emerso che il consumo moderato di alcolici avesse effetti protettivi. Però, quest’ultimo studio, oltre ad aver evidenziato nello specifico quali sono questi benefici, è decisamente più autorevole proprio perché i risultati ottenuti sono convalidati dal confronto dei dati con altri fattori di rischio per le malattie cardiovascolari.

Non più di cinque litri al giorno! Questo era il limite massimo di birra cui avevano diritto, nei tempi passati, i saisonniers, lavoratori stagionali durante i mesi estivi. Dal loro nome deriva lo stile saison, che caratterizza questa particolare tipologia di birra, il cui obiettivo principale era quello di dissetare i lavoratori senza stordirli con gli effetti dell’alcool. Proprio per questo motivo era piuttosto complicato produrre una saison: se da una parte l’alcol aveva il compito di facilitare la conservazione per i mesi successivi, dall’altra parte, però, la birra non doveva risultare troppo forte perché veniva consumata al posto dell’acqua potabile, che scarseggiava di frequente.

Birre ad alta fermentazione, realizzate utilizzando lieviti in grado di dare il meglio di sé a temperature anche superiori ai 30 °C, le saison venivano originariamente prodotte nelle fattorie delle regioni francofone del Belgio prevalentemente nei mesi invernali, sfruttando le basse temperature, che ne favorivano la conservazione nonostante la relativamente bassa gradazione alcoolica e il tempo lasciato libero dai lavori nei campi. Successivamente queste birre proseguivano la loro maturazione in bottiglie simili a quelle che si usano per lo champagne, sviluppando una gradazione alcolica compresa fra 5 e 8 gradi e un colore che va dal dorato scuro all’ambrato con una schiuma spessa e densa.

Si tratta, quindi, di birre relativamente leggere se paragonate alle classiche belghe, ideali da degustare durante i mesi caldi grazie anche alle abbondanti bollicine che le rendono gradevoli e rinfrescanti. La pur notevole luppolatura, tipica delle birre destinate ad una lunga conservazione, non conferisce alle saison un marcato sapore amarognolo, consentendo di apprezzare le tipiche note pepate, agrumate e speziate.

La caposcuola delle saison è indubbiamente la Brasserie Dupont di Tourpes, ovviamente in Belgio, anche grazie alla nomina di “migliore birra del mondo” conferita dalla celebre rivista statunitense Men’s Journal nel 2005 al loro fiore all’occhiello, la Saison Dupont appunto. Non mancano, tuttavia, pregevoli produzioni di saison in altre parti del mondo, per esempio negli Stati Uniti con la Saison Redwood del Michigan o anche in Italia con la splendida New Morning del Birrificio del Ducato o la Wayan del Birrificio Baladin.

I primi freddi autunnali ci fanno tornare la voglia di zuppe e minestre calde. Perché non provare a gustare il sapore di una deliziosa zuppa di cipolle sfumata con dell’ottima birra chiara? Se non amate particolarmente le cipolle, niente paura: una volta cotte perdono il loro sapore forte per diventare dolciastre e saporite. La zuppa di cipolle alla birra sarà ancora più buona se accompagnata da un buon pane integrale tostato. Provare per credere!

 

Ingredienti

  • 800 gr di cipolle dorate
  • 500 ml di birra chiara
  • 600 ml di brodo vegetale 40 gr di farina integrale
  • 4 fette di pane casareccio integrale
  • 4 cucchiai di parmigiano reggiano
  • olio extravergine di oliva
  • sale marino integrale
  • pepe

 

Preparazione

Sbucciate le cipolle e affettatele, cercando di ricavare dei dischi spessi circa mezzo centimetro. In una casseruola scaldate l’olio e unite le cipolle. Quindi soffriggetele leggermente finché non si saranno ammorbidite. Aggiungete la farina a pioggia e mescolate brevemente. Bagnate le cipolle con la birra, mescolate e lasciate evaporare la parte alcolica. Unite il brodo e aggiustate con sale e pepe. Quindi continuate a cuocere per altri 50 minuti a fuoco lento, tenendo il tegame coperto. Nel frattempo, fate scaldare il forno e tostate le fette di pane. Una volta pronte, potrete servirle insieme alla zuppa di cipolle calda. Per aggiungere un tocco in più spolverare sulle fette di pane un po’ di formaggio fuso.

Fonte: portalebirra.it

Abbiamo già parlato delle Ale, le birre ad alta fermentazione, definite così perché il processo “magico” durante il quale avviene la trasformazione di quattro semplici ingredienti nella nostra amata bevanda si sviluppa a temperature più elevate.

Oggi vogliamo soffermarci, invece, sulla bassa fermentazione; si tratta di un processo piuttosto recente: a differenza delle Ale che possono vantare una storia millenaria, le Lager, termine con il quale vengono indicate le birre appartenenti a questa tipologia, si sono sviluppate a partire dal 1800, ma nonostante la loro giovane età gran parte delle birre prodotte oggi, nel mondo, è realizzata proprio con il metodo della bassa fermentazione. La scoperta di questo nuovo processo di fermentazione avvenne in modo del tutto casuale: le birre Ale, prodotte a temperatura ambiente venivano conservate in luoghi più freddi per evitare che gli sbalzi termici ne compromettessero la qualità. Così facendo si scoprì che la temperatura più bassa conferiva alle birre maggiore stabilità perché i lieviti si depositavano sul fondo dei contenitori. Da qui la selezione di lieviti in grado di lavorare a temperature inferiori.

Come suggerisce il termine, durante questo processo di fermentazione i lieviti entrano in azione, attaccando gli zuccheri a temperature più basse, dai 6 ai 14 gradi. Ma non è solo questo il motivo per cui viene definita bassa fermentazione: a processo ultimato, infatti, i lieviti si depositano sul fondo del tino. La parola Lager con la quale vengono identificate queste tipologie di birre, deriva dal termine tedesco Lagerung che significa immagazzinamento, deposito, luogo dove la birra viene lasciata a maturare. Rispetto alle birre ad alta fermentazione, le Lager necessitano, infatti, di un periodo che varia da uno a tre mesi affinché il processo di produzione si completi del tutto.

In che cosa si caratterizzano le Lager? Rispetto alle Ale, più fruttate, aromatiche e corpose, le Lager presentano un gusto più pulito, facendo percepire maggiormente i sentori del luppolo e del malto. Il loro grado alcolico non è elevato proprio perché il metabolismo dei lieviti, entrando in azione a temperature relativamente basse, non è molto attivo. Questo presuppone anche che per degustare al meglio queste tipologie di birra serva una temperatura più bassa, che varia dai 4 ai 6 gradi centigradi. Diverse le tipologie di Lager, delle quali parleremo in uno dei prossimi post. Tra queste le più rinomate ed apprezzate in diversi Paesi sono, senza dubbio, le Pilsner.

Lo chiamano il “mal di pietra” e il dolore che infligge è paragonabile a quello di una ferita da arma da fuoco. Stiamo parlando delle coliche renali, causate dalla presenza nelle vie urinarie di sassolini e pietruzze più o meno grandi, che causano spesso in modo totalmente inaspettato, spasmi e fitte dolorosissime. I calcoli renali si formano a causa della presenza di aggregati cristallini, per lo più sali di calcio, nelle vie urinarie; il loro movimento causa la classica colica. Una concentrazione di calcio e di sali minerali in misura superiore a quella che può essere disciolta nelle urine è molto pericolosa. L’alimentazione è fondamentale per evitare che si formino i calcoli. Assumere la giusta quantità di liquidi, soprattutto di acqua e controllare il più possibile l’alimentazione, assumendo consistenti quantità di frutta e verdura.

La birra, ancora una volta, ci viene in aiuto. Oltreoceano, infatti, un team di ricercatori ha scoperto che la nostra amata bevanda aiuterebbe a ridurre drasticamente il rischio di calcoli ai reni. Lo studio, pubblicato sul Clinical Journal of Amercan Society of Nephrology, è stato realizzato per verificare quale fosse l’incidenza delle bibite zuccherate nella formazione dei calcoli renali. Dalla ricerca è emerso che i 190.000 adulti coinvolti avevano il 23% di probabilità in più di presentare calcoli renali se assumevano bevande gassate, altamente zuccherine, optando per un calice di vino rosso al giorno avevano il 33% di possibilità di formazione dei calcoli, mentre nel momento in cui consumavano un bicchiere di birra, la probabilità scendeva addirittura del 41%.

L’elevato contenuto di acqua della birra (pari al 90/95%), contribuisce a mantenere i reni in attività, l’alta percentuale di potassio e di magnesio contenuti nella bevanda e la scarsa presenza di sodio e di calcio contribuiscono all’accelerazione del processo diuretico, aumentano gli inibitori della cristallizzazione, proteggendo, al contempo, dallo stress ossidativo. Anche le sostanze estratte dal luppolo hanno il merito di stabilizzare il Ph urinario, riducendo la possibilità di calcolosi. La birra, quindi, se assunta in quantità moderate (parliamo di un paio di bicchieri al giorno) aiuta il naturale lavoro dei reni e contrasta la formazione dei calcoli.

Tra tutti gli stili birrai è forse quello più particolare. Stiamo parlando delle Lambic, birre di nicchia che incontrano il favore di pochi intenditori. Il motivo? Si tratta di birre la cui fermentazione avviene ad opera di lieviti per così dire selvatici, presenti naturalmente nell’aria.

Come sappiamo la fermentazione delle birre si distingue tra alta, bassa e spontanea. La fermentazione spontanea, infatti, non solo sembra essere quella più antica, ma è anche la responsabile della scoperta della birra ad opera degli antichi egizi. Nel corso dei secoli le Lambic si sono diffuse un po’ in tutta Europa proprio perché realizzarle era semplice ed economico. In questo modo anche le classi sociali meno abbienti avevano la possibilità di produrre una birra leggera senza essere in possesso di conoscenze o attrezzature.

Il nome Lambic deriva dalla zona di produzione Lembeek, nei pressi di Bruxelles. Le Lambic originali, infatti, sono prodotte in una regione ben precisa del Belgio il Pajottenland, nella valle del fiume Senne. Si tratta di una zona particolarmente ricca di batteri, che conferiscono le caratteristiche olfattive e il sapore tipico alla bevanda.

Per ottenere una Lambic si impiega una miscela di frumento non germinato, malto d’orzo e luppolo. Il mosto di birra che si ottiene cuocendo questi ingredienti viene fatto raffreddare e lasciato all’aria affinché lieviti e batteri selvatici siano in grado di dare il via al processo di fermentazione. Va da sé che in inverno, a causa della rigidità delle temperature e del numero elevato di batteri presenti, la produzione delle Lambic viene sospesa. Questi microrganismi, infatti, potrebbero dare luogo a fermentazioni che rischierebbero di pregiudicare la qualità della birra. A questo proposito per ovviare all’eventuale presenza di determinate tipologie di batteri, nelle birre Lambic viene utilizzata una maggiore quantità di luppolo, che come sappiamo è un ottimo conservante naturale. Per mitigare il tipico sapore amaro di questo ingrediente, si impiega solitamente luppolo essiccato, decisamente meno amaro rispetto a quello fresco. Al termine del processo di fermentazione le Lambic vengono lasciate invecchiare da uno a tre anni in particolari barili di legno.

Da sempre birre di nicchia, apprezzate da veri amatori, le Lambic sono state addizionate di altri ingredienti per rendere il loro sapore ancora più accessibile. Sono nate, così, diverse tipologie, come le Kriek, le Framboise o le Geuze. Le Lambic stile Kriek sono prodotte con l’aggiunta di ciliegie piccole e poco dolci e presentano, pertanto, un colore rosso, screziato di arancione e un retrogusto di mandorla per la presenza dei noccioli di ciliegia. Dal colore rosso intenso e dal profumo che richiama i sentori del sottobosco, le Framboise sono Lambic addizionate di succo di lampone. Infine la tipologia Geuze è quella prodotta miscelando Lambic più giovani, di un anno, con birre invecchiate dai due ai tre anni. Grazie agli zuccheri presenti nella birra più giovane la Geuze subisce una seconda fermentazione in bottiglia che genera anidride carbonica. Per questo viene definita anche Champagne di Bruxelles e servita nei flute da champagne. Il sapore di queste Lambic è allo stesso tempo corposo per la presenza di birra più matura e vivace per via dell’aggiunta della birra più giovane.

Dal sapore delicato poco persistente e non caratterizzata dalle punte di amaro che contraddistinguono altri tipi di birra, la birra Blanche è l’ingrediente ideale per preparare questo piatto che vede come protagoniste le cozze. Pronti a cimentarvi in questa nuova ricetta? Allora indossate il grembiule e buon appetito!

Ingredienti

  • 2 kg di cozze 2 coste di sedano
  • 1 cipolla bianca
  • 330 ml di birra blanche
  • 50 gr. di burro
  • succo e la scorza di un lime

Preparazione

Pulite le cozze: strappate la barbetta, eliminate quelle rotte e spazzolate bene i gusci. Poi lavate i molluschi. Pulite anche il sedano e riducetelo a dadini. Lavate il lime, tagliate la buccia avendo cura di non prelevare la parte bianca e affettatela. Quindi, spremete il lime e tenete da parte il succo. Infine sbucciate e tritate la cipolla. Ora, sistemate una pentola sul fuoco, sciogliete il burro e aggiungete gli ingredienti preparati precedentemente: sedano, cipolla e la scorza del lime. Fateli appassire, poi aggiungete il succo di lime e la birra. Dopo qualche minuto, unite le cozze e il pepe. Mescolate il tutto e fate cuocere a fuoco vivace finché le cozze non si schiuderanno completamente. Spegnete il fuoco e servite.

Fonte: portalebirra.it

Abbiamo visto, nel post precedente, cosa si intenda in genere per birre ad alta fermentazione. Scendiamo ora un po’ più nel dettaglio cercando di individuare i principali tipi di birre che rientrano nella definizione delle cosiddette “ale”.

  • A dispetto di una gradazione alcolica relativamente bassa, che va dai 3 ai 5 gradi, la Bitter Ale è di gran lunga la più consumata nei pub inglesi, apprezzata per la sua generosa luppolatura che le conferisce il sapore tipicamente amaro e che va consumata rigorosamente a temperatura ambiente o quasi, mai ghiacciata. Gli abbinamenti ideali vanno in questo caso dai cibi con una marcata nota acida a quelli fortemente salati, sui quali il sapore tipicamente amaro può aiutare a smorzare l’eccessiva sapidità.
  • Non molto diversa è la Pale Ale che differisce dalla precedente solo per una gradazione alcolica leggermente superiore, fino ai 7 gradi, accompagnata da una nota amara meno marcata e da un colore, pur fra le sue mille sfumature, in genere più ambrato.
  • Salendo geograficamente lungo il territorio inglese, incontriamo le Mild Ale, dolciastra e scura in cui il luppolo tende a lasciare un po’ più di posto al malto, da cui il nome che indica un grado medio di luppolatura. La predominanza del malto conferisce un gusto più abboccato che può essere facilmente abbinato a dolci con spiccate note caramellate, o a cibi particolarmente aspri dei quali possono smorzare gli eccessivi picchi di acidità.
  • L’impiego di malto tostato e la media gradazione alcolica caratterizzano le Brown Ale prodotte nelle regioni dell’Inghilterra settentrionale, ma anche in Belgio e in USA. Il sapore prevalente è ancora quello di caramello e cioccolato, talora con forti note nocciolate che ben si abbinano a dolci di frutta secca. E’ di gran lunga questa la birra più venduta nel Regno Unito.
  • Infine, nelle Highlands Scozzesi è la Scotch Ale a farla da padrona, condividendo con i famosi whisky della zona sia la popolarità sia, talvolta, le caratteristiche note affumicate. Il malto è, in questi casi, predominante e la gradazione alcolica può essere molto marcata, arrivando anche fino a 9 gradi. Le note dolciastre e caramellate impongono l’abbinamento con carni scure di selvaggina o, ancora, con le pietanze asprigne che ben si abbinano ai forti sapori del malto.
  • Un caso a parte merita l’amarognola Stout, bevanda nazionale irlandese con gradazione alcolica relativamente bassa e con la caratteristica schiuma persistente. Per quanto possa sembrare strano, gli abbinamenti ideali vanno in questo caso dai dolci al coccolato fondente al salmone affumicato, le note leggermente amare della birra aiutano a ripulire il palato dai sapori particolarmente pastosi.

Fuori dal territorio del Regno Unito la popolazione di birre ad alta fermentazione è piuttosto varia, particolarmente in Belgio, con le cosiddette trappiste prodotte da ordini religiosi, ma anche in Olanda e Germania, con le Weizen.

La nostra amata bevanda non finisce mai di stupirci. Tra le sue innumerevoli proprietà per la nostra salute, ci sarebbe anche la sua capacità di contrastare l’insorgere di una malattia che colpisce soprattutto le donne. Stiamo parlando dell’artrite reumatoide, una disfunzione del sistema immunitario, cronica e progressiva che riguarda circa l’1% della popolazione e che colpisce per il 75% le donne tra i 35 e i 50 anni. Come si contragga l’artrite reumatoide non è ancora ben noto, tra i responsabili ci sono sia i fattori genetici, sia quelli ambientali. Il fumo, le terapie ormonali e, più in generale, lo stile di vita sono i principali sospettati nel favorire l’insorgere della patologia.

A tal proposito sono stati condotti due studi per indagare se e in che misura le abitudini influiscano sull’insorgere della malattia. Il primo, guidato da alcuni ricercatori di Harward, si è concentrato, in particolare sulla correlazione tra consumo di alcolici e artrite reumatoide. L’indagine condotta su oltre duecentomila infermiere, che hanno preso parte allo studio sulla popolazione Nurse’s Health Stydy, ha preso in considerazione le loro abitudini di consumo di alcolici. Dalla ricerca è emerso che coloro che consumano alcolici in misura moderata, dai 5 ai 10 grammi al giorno, vedono ridotto del 22% il rischio di contrarre la malattia. Quando poi si è trattato di prendere in esame le singole bevande, si è scoperto che per le consumatrici moderate di birra, questa percentuale sale fino al 31%.

Il secondo studio, condotto presso il Karolinska Institute di Stoccolma, ha preso in esame 34.000 donne, monitorando per circa un decennio le loro abitudini di consumo di alcolici. Dalla ricerca emerge che le signore che bevono circa mezzo litro di birra alla settimana hanno il 52% di probabilità in meno di essere colpite da artrite reumatoide, rispetto a quelle completamente astemie.

Il perché la birra aiuti a prevenire l’artrite reumatoide non è ancora noto. Una delle cause potrebbe riguardare il fatto che l’alcol contenuto nella birra aumenti i livelli di estrogeni, che proteggono da questa patologia, ma si tratta soltanto di un’ipotesi. Quello che ci interessa sapere è che la birra, ancora una volta, si è rivelata un valido alleato per la nostra salute!

Inconfondibili alla vista per il loro colore che varia dalle tonalità di marrone a quelle del nero, le stout sono birre ad alta fermentazione, dalla gradazione alcolica contenuta e dal gusto intenso con sentori di cioccolato, caffè e liquirizia. Il termine stout che letteralmente significa “tenace” “ sapore forte”, fu utilizzato per la prima volta nel 1677 in un documento storico in riferimento ad una tipica birra dalla gradazione alcolica elevata e caratterizzava in passato qualunque birra forte. Solo a partire dal 1800 fu impiegato per indicare le tipiche birre dal colore scuro.

A caratterizzare questo particolare stile di birra è la lunga tostatura a cui sono sottoposti i malti d’orzo, tostatura che conferisce il colore scuro brunito e quel sapore tostato, abbrustolito ed amarognolo. Nelle stout il sapore del malto è decisamente predominante, a discapito di quello del luppolo, che si percepisce in modo moderato. Perfette per abbinamenti ricercati, le stout sono birre da degustazione che sono nate nell’Europa settentrionale. Quella più conosciuta è la Guinness, originaria dell’Irlanda, ma esistono diverse tipologie di stout.

Irish stout

Definite anche dry stout per il sapore particolarmente asciutto, sono tipiche irlandesi dal sapore intenso e tostato con sentori di caffè. La più conosciuta è senza dubbio la Guinness, seguita dalla Murphy’s.

Imperial stout

Prendono il loro nome dal fatto che nel XVIII secolo in Inghilterra si avviò la produzione di una birra scura destinata all’Esportazione in Russia presso la Corte dell’Imperatrice Caterina II. Per poter sostenere viaggi molto lunghi, veniva utilizzato, come conservante naturale, un maggior quantitativo di alcool. Le Imperial Stout mantengono ancora oggi una gradazione alcolica più elevata rispetto alle altre stout.

Chocolate stout

Realizzate con l’impiego di malti aromatici scuri, la cui tostatura conferisce un sapore e un colore simile a quello del cioccolato, di recente alcune chocolate stout vengono prodotte con del vero cioccolato fondente o cacao.

Coffee stout

Malti particolari e una tostatura libera attribuiscono a questa tipologia di stout gli aromi tipici del caffè. Per sottolinearne i sentori alcuni produttori, come per le chocolate stout, hanno aggiunto nel processo produttivo della vera polvere di caffè.

Oatmeal stout

Si tratta di stout ottenute con l’aggiunta di un 30% di avena, che conferisce un sapore particolarmente amaro, una maggiore opacità e una consistenza vellutata.

Milk stout

Come suggerisce il nome sono birre prodotte con l’aggiunta di lattosio, che restando inalterato, in quanto non viene aggredito dai lieviti durante la fermentazione, conferisce a queste stout un sapore dolce e vellutato. Per questo motivo sono chiamate anche Sweet Stout.

Oyster Stout

Nel XVIII secolo le ostriche erano un cibo molto popolare nelle osterie e venivano servite  spesso accompagnate da una stout. Alcuni produttori, però, decisero di impiegare questi molluschi nel processo produttivo per il particolare sapore salato, particolarmente indicato per esaltare gli aromi del malto.

Per realizzare un secondo di carne gustoso e originale basta una birra doppio malto dal sapore pieno con note di liquirizia e caramello. Aggiunta alla carne in cottura servirà a creare una deliziosa salsa a cui aggiungere senape e miele per un gusto ancora più intenso e saporito. Et voilà il filetto di maiale con salsa alla birra è pronto per essere degustato!

Ingredienti

  • 1 kg di filetto di maiale
  • 3 spicchi di aglio tagliato a listarelle (tieni uno spicchio per insaporire l’olio)
  • Sale e pepe q.b.
  • 1 bicchiere di birra rossa, doppio malto
  • 3 cucchiai di miele d’acacia
  • 1 cucchiaio di senape delicata
  • un cucchiaio di farina
  • una noce di burro
  • un cucchiaio di olio extravergine di oliva

 

Preparazione
Accendete il forno a 120 gradi. Nel frattempo che arrivi a temperatura, incidete i filetti di maiale e inserite all’interno dei tagli l’aglio a pezzettini. Salate la superficie del filetto.
In una pirofila scaldate una noce di burro e un cucchiaio di olio. Aggiungete l’aglio e fate insaporire i grassi. Appoggiate i filetti e fateli rosolare per 3 minuti circa per ogni lato in modo da sigillarli.
Aggiungete il pepe macinato al momento e sfumate con il bicchiere di birra. Proseguite la cottura per qualche minuto. Nel frattempo abbassate il forno a 70 gradi. Chiudete la pirofila con un coperchio (o un foglio di alluminio sigillato ai lati della pentola) e infornate per 1 ora. Passato il tempo, togliete il coperchio alla pirofila, girate i filetti e proseguite la cottura per altri 40 minuti. Il filetto dovrà risultare roseo all’interno ma sodo in superficie. Per preparare la salsa, 10 minuti prima di concludere la cottura del filetto, prelevate ¾ del liquido. Mettete in un pentolino la senape, il miele e il liquido di cottura e cuocete a fuoco lento. Setacciate la farina e mescola bene in modo che non si formino grumi. Regolate eventualmente di sale e pepe. Fate addensare la salsa. Serviranno pochi minuti e potrete servirla con il filetto di maiale appena sfornato.

Fonte:portalebirra.it

Il processo di fermentazione della birra è di per sé un momento magico. Malto, luppolo e acqua, ingredienti fino ad allora separati, grazie al lievito si uniscono e danno origine ad un prodotto che assume un proprio corpo e una struttura ben definita. È così che prende forma la birra. Ma come avviene la fermentazione? I lieviti attaccano gli zuccheri nel mosto, sviluppando alcol e anidride carbonica. In base alla temperatura a cui avviene questo processo, si distinguono le birre ad alta, a bassa fermentazione e a fermentazione spontanea. Oggi ci soffermeremo su quelle del primo gruppo, chiamate comunemente Ale.

Questo termine che deriva dal latino alere, che significa nutrire e alimentum che vuol dire cibo, ha il significato di “alimento per eccellenza”, a sottolineare l’importanza di queste birre dal punto di vista nutrizionale, ma anche la sua grande popolarità tra la gente.

In primo luogo va detto che per ottenere birre appartenenti a questa tipologia, al mosto viene aggiunto del comune lievito di birra che, lavorando bene ad alte temperature, tra i 15 e i 25 gradi centigradi, riduce in automatico la durata del processo di fermentazione.

C’è chi associa erroneamente l’aggettivo “alta” ad una maggiore presenza di alcol per questa tipologia di birra. Niente di più falso! La definizione alta fermentazione, in realtà, deriva dal fatto che i lieviti, una volta esauriti, risalgono verso l’alto, spinti dall’anidride carbonica. Nei birrifici è possibile assistere all’operazione di raccolta del lievito, che avviene mediante il tradizionale “cucchiaione”.

Per alcune tipologie di birra, come le Weiss, le Trappiste e le birre d’Abbazia, è prevista una seconda fermentazione in bottiglia. Prima di essere imbottigliate, viene aggiunto dell’ulteriore lievito, uguale o diverso da quello impiegato per la prima fermentazione. Lievito che si deposita sul fondo una volta conclusa la sua azione. Queste birre riportano sull’etichetta la dicitura: “rifermentata in bottiglia”.

Le diverse tipologie di Ale su cui ci soffermeremo in un prossimo post, si caratterizzano per la straordinaria complessità degli aromi, per la loro personalità ed eleganza. Molto meno beverine rispetto alle birre a bassa fermentazione, le Ale sono molto amate e diffuse soprattutto in Gran Bretagna, dove campeggiano le Pale e le Bitter Ale, in Irlanda, patria delle Stout, in Germania dove la fanno da padrona le Weiss, ma anche negli Stati Uniti, dove a riscuotere un buon successo sono le American Pale Ale e in Francia e Belgio, note per le Blanche, le Saison e le Tripel.

Delle proprietà dello xantumolo, il particolare tipo di flavonoide contenuto nel luppolo, abbiamo già parlato. Sappiamo che contribuisce alla prevenzione e al rallentamento delle malattie degenerative del nostro cervello, prime tra tutte Alzheimer e Parkinson. Quello che ancora non sapevamo, però, è che lo xantumolo ha anche un ruolo specifico per quel che riguarda il rafforzamento delle capacità cognitive e la capacità di mantenere viva la memoria.

Le funzioni cognitive sono quelle capacità che ci permettono una corretta interpretazione e gestione delle informazioni. Vale a dire la memoria, l'attenzione, la percezione, il riconoscimento e la comprensione delle informazioni del mondo esterno, la capacità di dare risposte adeguate e di farsi capire con le parole e le azioni, l'orientamento nello spazio e nel tempo. Migliorarle fin da giovani, significherebbe mantenere viva la memoria anche da anziani, abbassando il rischio di demenza senile e di contrarre altre gravi patologie neurologiche.

Uno studio condotto da alcuni ricercatori americani della Oregon State Universitye pubblicato sul Behavioural Brain Research, ha testato gli effetti dello xantumolo su un gruppo di topolini, alcuni giovani, altri adulti. L’obiettivo era quello di destreggiarsi all’interno di un labirinto, cercando la via di uscita. Bene, i topi più giovani, dopo aver assunto lo xantumolo, hanno dimostrato di essere più svegli ed intelligenti e di avere maggiore flessibilità cognitiva, al contrario di quelli più anziani, nei quali i benefici del flavonoide non hanno sortito particolari effetti sulle abilità del cervello.

Lo xantumolo, quindi, sembra essere molto efficace non soltanto nell’accelerare il metabolismo e nel ridurre gli acidi grassi nel fegato, ma svolge un ruolo determinante anche nella capacità di creare ricordi e, quindi, di mantenere viva la memoria nel corso degli anni. L’importante, sempre secondo i ricercatori, è iniziare a cambiare abitudini sin da giovani, scegliendo un’alimentazione sana, uno stile di vita salutare e un consumo moderato di alcolici.

Tra l’altro, anche l’ormai nota Curva J lo dimostra. Studi pubblicati su riviste scientificamente accreditate rivelano che esiste una curva di correlazione, con andamento a “J”, che colloca i moderati bevitori in una fascia di rischio di contrarre malattie cardiovascolari e altre patologie decisamente inferiore rispetto ai forti bevitori, ma anche agli astemi. La birra, quindi, se assunta in quantità moderate, può aiutarci a restare in buona salute, anche se da sola non basta. Una costante attività fisica, abbinata ad una corretta alimentazione, sono altri due tasselli fondamentali per restare in forma e in salute negli anni.

Oggi vogliamo parlarvi di una particolare tipologia di birra, la Indian Pale Ale.

Si tratta di uno stile birraio appartenente alla famiglia delle Ale, termine usato per identificare tutte le birre che fermentano a temperature elevate e che presentano un gusto deciso a causa della particolare tipologia di lievito utilizzato per il processo di fermentazione.

Durante la seconda metà del diciottesimo secolo, nel periodo del colonialismo inglese, la birra veniva trasportata dall’Inghilterra fino alle colonie indiane. Quando giungeva a destinazione, però, a causa del lungo viaggio in mare, della salsedine, del caldo e dell’umidità delle stive, la birra deperiva. Per migliorare la conservazione gli inglesi iniziarono ad utilizzare maggiori quantità di luppolo dalle note caratteristiche antisettiche ed antiossidanti e dal più elevato tenore alcolico. Questa nuova tipologia di birra iniziò a riscuotere un grande successo in Inghilterra, il termine Indian Pale Ale fu introdotto ufficialmente quando comparve, nel 1835, sul giornale economico Liverpool Mercury; da allora tutte le birre esportate in India furono indicate con questa terminologia.

Nel corso degli anni la IPA ha subito una fase di declino fino a quando agli inizi del secolo scorso non andò più di moda e la produzione si interruppe. Solo a partire dagli anni ’80, il movimento brassicolo americano ha sostenuto la rinascita di questo stile per poter sperimentare le nuove varietà di luppolo coltivate nella West Coast.

Dai riflessi rossastri, aranciati e ramati e dalla schiuma costante e mediamente persistente, la IPA, grazie all’elevato quantitativo di luppolo, è una birra aromatica, dai sentori di frutta tropicale e fiori. La presenza del malto caramellato, caratteristica distintiva degli stili inglesi, conferisce alle IPA un’amarezza dolce e decisa. Poco frizzante, con una gradazione alcolica di circa 5°, colpisce per il suo gusto equilibrato, corposo e persistente. Grazie ai sentori erbacei e agrumati, la IPA si abbina alla perfezione con dessert, formaggi di media stagionatura, piatti a base di pesce e carni bianche.

Oggi questo stile birraio è apprezzato e riconosciuto in tutto il mondo. Esiste anche una versione americana delle IPA, detta APA, American Pale Ale, che contiene meno malto e più luppolo, con un sentore ancora più agrumato e resinoso e una Imperial IPA o Double IPA con un grado alcolico che raggiunge i 9 – 9,5°.

Le note agrumate e acidule delle birre bianche si sposano perfettamente con i piatti di pesce, come il classico risotto ai gamberi. I cereali della birra, infatti, rendono il sapore morbido e rotondo e l’acidità compensa il gusto di mare dei gamberoni.

Ingredienti

  • 300 grammi di riso carnaroli
  • 200 grammi di zucchine
  • 200 grammi di gamberoni
  • 1.5 decilitri di birra blanche
  • 50 grammi di burro
  • 1 scalogno
  • brodo vegetale q.b.
  • pepe q.b.
  • prezzemolo q.b.
  • sale q.b.

Preparazione

Sbucciate lo scalogno, tritatelo e fatelo appassire in una casseruola con il burro, unite il riso, lasciatelo tostare per qualche istante poi bagnatelo con la birra blanche, fatela evaporare a fuoco vivace, quindi unite un paio di mestoli di brodo caldo, abbassate la fiamma e continuate la cottura per 10 minuti. Spuntate e affettate finemente le zucchine, unitele al riso, regolate di sale e portatelo a cottura unendo del brodo caldo ogni volta che sarà necessario; sgusciate i gamberoni e privateli del filino nero contenuto nel dorso. Tre minuti prima della fine della cottura del riso, unite anche i gamberoni e un poco di prezzemolo tritato. Servite subito il risotto con un'abbondante macinata di pepe.

fonte. donnamoderna.com

Ad assaggiare una birra sono capaci tutti, ma se si vogliono assaporare i minimi sentori di questa straordinaria bevanda, apprezzare e valutare correttamente le sue caratteristiche organolettiche, allora parliamo di degustazione. Sono diversi gli aspetti da prendere in considerazione quando si beve una birra: i più attenti ed esperti si basano su un’analisi sensoriale, capace di trasformare l’esperienza della degustazione in una vera e propria arte.

Il primo motivo per degustare una birra è legato banalmente alla sua qualità. I titolari di pub e birrerie effettuano la degustazione per verificare che la bevanda non sia alterata e anche per suggerire, una volta conosciuta fino in fondo, gli abbinamenti gastronomici maggiormente indicati.

Dicevamo in precedenza che la degustazione si basa sull’analisi sensoriale: in realtà tutti i sensi vengono coinvolti tranne, naturalmente, l’udito.

Esame visivo

Per ovvi motivi il primo senso a essere chiamato in causa è proprio la vista. Già nel momento in cui guardiamo versare la birra possiamo capire tanto dalla sua schiuma: la sua persistenza nel bicchiere, la sua compattezza, utile a proteggere la birra dal processo ossidativo e la qualità, misurata dal numero di bollicine che la compongono, rappresentano i parametri da valutare durante l’esame visivo della schiuma. Per giudicare la birra con la vista è importante considerare colore e limpidezza, data dall’assenza di particelle in sospensione.

Esame olfattivo

Anche se è considerata la fase più temuta nell’analisi sensoriale, il nostro olfatto, se ben allenato, può raccontarci tanto sulla qualità di una birra, attraverso la valutazione dell’intensità, della complessità e della qualità. Mentre quest’ultima ci dice se la bevanda ha un profumo unico, in grado di esprimere una personalità distintiva, l’intensità rappresenta l’impatto e la forza del suo profumo. La complessità, infine, riguarda la descrizione della birra nelle diverse sfumature olfattive. Si esegue accomunando, per analogia, le sostanze chimiche della birra ad un particolare frutto, spezia o alimenti con un odore simile, questo al fine di impiegare una terminologia standard che faciliti la comprensione.

Esame gusto – olfattivo

Non si parla solo di sapore perché esiste una sorta di retrogusto olfattivo che percepiamo per via retronasale. In primo luogo bisogna valutare la sensazione che si prova una volta degustata la birra. È dolce, amara, acida? Solo in un secondo momento si passa alla descrizione dei diversi parametri. L’intensità, come per l’esame olfattivo, rappresenta il primo impatto sulle papille gustative, da non confondere con la persistenza, data da quanto a lungo permangono le sensazioni in bocca. Per giudicare la corposità della bevanda bisogna considerare la sua viscosità, mentre per valutarne la morbidezza basta esaminare quanto il suo sapore sia avvolgente e vellutato. Infine, aspetto, molto importante, va preso in esame l’equilibrio. Se in una birra si mescolano piacevolmente sensazioni dure e morbide allora possiamo definirla equilibrata, con le dovute eccezioni. Esistono, infatti, alcuni stili di birra in cui prevalgono alcune sensazioni, ma non è detto che la bevanda non sia equilibrata.

L’ultima fase dell’analisi sensoriale consiste nella valutazione dell’armonia. Cosa è riuscita ad esprimere, in sintesi, quella birra? Mettendo insieme la valutazione di tutte e tre le fasi, il degustatore deve essere in grado di capire se esiste una coerenza tra percezioni visive, sensazioni olfattive e gusto.

Vampate di calore, sudorazione e repentini cambiamenti di umore. Anche solo il pensiero della menopausa rappresenta per ogni donna un vero e proprio spauracchio. Ognuna vorrebbe prolungare il più possibile la funzionalità ormonale, scongiurando l’arrivo di questa tanto temuta nuova fase della vita. Il corretto stile di vita e un’alimentazione equilibrata possono fornire un valido aiuto nel rimandare la menopausa. Anche la nostra amata bevanda, grazie alle sue innumerevoli proprietà, rientra a pieno titolo tra gli alimenti che, se assunti regolarmente e in modiche quantità, consentono alle donne più giovani di prolungare quanto più possibile l’età fertile e a quelle che sono già entrate in menopausa di vivere al meglio la loro nuova condizione.

Secondo uno studio condotto da due ricercatori dell'Istituto de Agroquimieq y
Tecnologia de Alimentos (IATA) di Valencia in Spagna, un consumo moderato di birra aiuterebbe a rimandare l’arrivo della menopausa. La birra, infatti, contribuirebbe ad innalzare i livelli di androstenedione un ormone steroideo, precursore degli estrogeni, gli ormoni sessuali femminili, mantenendo, di conseguenza, più a lungo la funzione ovarica, con un ritardo nell’arrivo della menopausa.

Inoltre la birra, come sappiamo, è ricca di polifenoli, preziosi antiossidanti che combattono i radicali liberi, e, quindi, l’invecchiamento, ma anche di fitoestrogeni, composti simili agli estrogeni, presenti naturalmente nelle piante, che favoriscono, a loro volta, la produzione di ormoni, oltre a rallentare ildepauperamento delle ossa. La loro azione, unita a quella antiossidante di malto e luppolo, rende le ossa più forti e rappresenta un valido aiuto nella prevenzione di una delle malattie più comuni proprio in menopausa, rappresentata proprio dall’osteoporosi.

I fitoestrogeni, inoltre, contenuti in particolare nel luppolo, possono aiutare le donne già in menopausa a ridurre disturbi piuttosto fastidiosi, quali le vampate di calore, l’insonnia, l’eccessiva sudorazione, i repentini cambiamenti di umore, il nervosismo e le vertigini.

Quando si parla di vino quasi tutti sappiamo che c’è un bicchiere maggiormente indicato per degustarlo nel migliore dei modi, ma chissà perché quando dobbiamo versare la birra prendiamo il primo bicchiere che ci capita senza pensarci due volte. Al massimo utilizziamo il boccale, nell’immaginario collettivo, il contenitore più indicato a sorseggiare la nostra bionda. Oppure, cosa ancora più sbagliata, utilizziamo tazze ghiacciate; il freddo, infatti, aumenta la schiuma congelando gli aromi e i sentori della bevanda. Anche la birra, proprio come il nettare degli dei, in base alla sua tipologia necessita di un bicchiere specifico e questo per favorire la percezione olfattiva e mettere in evidenza profumi ed aromi della bevanda. Allora prendiamo in esame i bicchieri più conosciuti, che, se utilizzati correttamente ci consentiranno di degustare e non solo di bere la nostra birra.

Altglas

È un bicchiere in vetro dalla forma cilindrica e dallo spessore ridotto, in grado di conferire già al tatto la sensazione di freschezza. L’Altglas accoglie la schiuma e permette di gustare la birra in poche sorsate senza che la temperatura esterna modifichi le caratteristiche della bevanda. Indicato per le ambrate Alt.

Balloon

È un calice sferico dalla forma a chiudere per concentrare e, di conseguenza, esaltare gli aromi. Perfetto per gustare birre corpose e da meditazione come quelle d’Abbazia.

 Boccale tedesco o Mass

Il vetro spesso consente di mantenere la temperatura invariata, mentre la lavorazione valorizza il perlage. È il bicchiere utilizzato tradizionalmente in Baviera per marzen e helles.

Calice a chiudere

Indicato per Lager e Pils, la sua forma a chiudere permette alla schiuma di salire, ma di non traboccare mai. Il vetro liscio e sottile consente la formazione della condensa.

Coppa

La sua forma emisferica abbassa la schiuma, esaltando, al contempo gli aromi della birra. È il bicchiere più adatto per birre profumate e corpose come le strong ale belghe.

Flute

Alto e delicato, questo bicchiere esalta le caratteristiche di birre poco corpose, secche, con tanta schiuma che vanno servite rigorosamente fredde, come le pils. Lo stesso manico in vetro evita il contatto con il calice, permettendo di preservare la temperatura del bicchiere.

 Pinta

La sua forma a cono rovesciato e la zona più larga appena sotto l’orlo non permettono alla schiuma di svilupparsi, valorizzando le cream delle stout.

Tulipano

La bocca svasata che migliora la percezione olfattiva dei profumi, accogliendo la schiuma della birra. Consigliato per birre particolarmente aromatiche, come le belghe d’abbazia.

Weizenglas

Disegnato appositamente per contenere le weizen, ovvero le birre a base di frumento, questo bicchiere consente all’abbondante schiuma di sprigionarsi nel collo largo, mentre la svasatura all’apice ha il compito di evitarne la fuoriuscita. La capacità fissa è di mezzo litro.

Uno dei primi piatti più gustosi del nostro repertorio gastronomico può essere arricchito dal sapore intenso di una birra rossa doppio malto. La birra viene utilizzata per insaporire il soffritto di pancetta e prosciutto, prima ancora di cuocere il sugo, e ne basta un bicchiere, più o meno l’equivalente di una lattina da 33 ml.

Ingredienti

  • 500 gr di bucatini o rigatoni
  • 200 gr di pancetta a dadini
  • 1 bicchiere di birra
  • 1 salsiccia
  • ½ cipolla
  • olio extravergine d’oliva q.b.
  • 1 fetta di prosciutto crudo
  • 75 ml di passata di pomodoro
  • 1 peperoncino rosso
  • pecorino grattugiato q.b.
  • sale



Preparazione


Affettate la cipolla sottile e mettetela in una padella ampia con 3 cucchiai d’olio. Tagliate a dadini la salsiccia e il prosciutto e aggiungeteli nella padella insieme ali dadini di pancetta e al peperoncino. Fate soffriggere a fiamma bassa per 10 minuti e poi versate anche la birra. Lasciatela evaporare e mettete la passata, proseguendo la cottura per altri 20 minuti col coperchio. Nel frattempo fate cuocere la pasta, scolatela al dente e passatela nella padella. Fate saltare per qualche minuto, completate col pecorino e servite ben calda la vostra amatriciana alla birra.

Fonte: birraebirrerie.it

Gli amanti della birra inizialmente storceranno il naso. Il semplice pensiero di un utilizzo diverso della loro bevanda preferita da quello di sorseggiarla lentamente, è a dir poco un sacrilegio, ma a chi non è successo di ritrovare in frigo un residuo di birra aperta da giorni, ormai sgasata e priva del suo gusto originario? Invece di buttarla è possibile raccogliere in una bottiglia di plastica gli avanzi eadoperarla in modo alternativo. Non stiamo parlando del suo impiego, ormai noto, come trattamento di bellezza dei capelli, ma delle sue sorprendenti proprietà nella pulizia della nostra casa. La birra, infatti, si rivela un prezioso alleato nelle faccende domestiche.

Per la pulizia del legno, invece di affidarvi ai prodotti specifici per queste superfici, potete impiegare la vostra bionda. La birra, infatti, valorizza e rende più lucide le superfici in legno. Vi basterà inumidire un panno, meglio se in microfibra, versarvi un po’ di birra e lucidare i vostri mobili. Il risultato è assicurato! Il legno tornerà al suo naturale e intenso colore. Per evitare che l’odore di birra impregni tutta la casa, meglio far arieggiare l’ambiente per qualche minuto.

Non riuscite a smacchiare la vostra amata camicia? Niente paura, la birra, ancora una volta, viene in vostro aiuto: basterà riempire uno spruzzino con un terzo di birra e due terzi di acqua gassata, agitare la soluzione per mescolare bene e utilizzare sulla macchia. È importante lasciar agire per qualche minuto e poi risciacquare per eliminare l’odore di birra dai capi e lavare in modo tradizionale. Se, invece, soffrite di insonnia ecco un rimedio insolito, ma sembra anche molto efficace: lavate i cuscini con la birra, pare che l’aroma che si sprigiona dal guanciale contribuisca a conciliare il sonno. Provare per credere!

Per far tornare a nuova luce i vostri amati bijoux non c’è nulla di meglio della birra. Piuttosto che acquistare costosi prodotti realizzati con sostanze chimiche, potenzialmente nocive per la nostra salute, perché non affidarsi ad una sostanza naturale come la birra? Tutto quello che dovete fare è immergere i gioielli, compresi quelli in oro in un recipiente con della birra per circa mezz’ora. Trascorso il tempo necessario per completare la pulizia e tornare ad avere collane e bracciali lucidi e brillanti, vi basterà strofinare i monili con un panno asciutto in cotone et voilà il gioco è fatto!

Anche le vostre piante trarranno beneficio dalle proprietà detergenti della vostra amata bevanda. Per pulire le foglie, infatti, nulla è più naturale di un panno inumidito con la birra.

Che la birra abbia diverse proprietà benefiche per la nostra salute è ormai assodato. Uno degli ultimi studi sulla bevanda le conferisce un ruolo essenziale nella prevenzione e nel rallentamento delle malattie degenerative del nostro cervello, prime tra tutte Alzheimer e Parkinson.

Questo genere di patologie, come è noto, sopraggiunge anche a causa dei danni ossidativi delle cellule neuronali, cellule che, risultano particolarmente vulnerabili allo stress ossidativo e che presentano un rifornimento limitato durante l’intero ciclo di vita. Fermare il processo di ossidazione neuronale, quindi, potrebbe aiutare a rallentare l’insorgenza di queste malattie, interferendo positivamente sulla salute delle cellule del nostro cervello.

Secondo una ricerca cinese pubblicata sul Journal of Agricultural and Food Chemistry, la birra, bevuta con moderazione, sarebbe in grado di esercitare un’azione protettiva dai danni ossidativi nei confronti delle cellule celebrali. Il merito andrebbe al luppolo e in particolare ad una molecola lo xantumolo. Si tratta di un polifenolo presente nelle ghiandole resinose della pianta del luppolo, appartenente alla famiglia dei flavonoidi, già conosciuto per le sue molteplici funzioni farmacologiche, tra cui quelle antiossidanti, di protezione cardiovascolare, antitumorale, antivirus.

Gli scienziati hanno testato questa sostanza su cellule celebrali umane: i risultati hanno dimostrato che lo xantumolo è in grado di eliminare le molecole ossidanti, attivando alcuni geni protettivi che fanno da vero e proprio scudo alle cellule, proteggendole dallo stress ossidativo e dalle malattie collegate a questo fattore, quali, appunto, quelle neurodegenerative. Questo è possibile grazie all’attivazione di una proteina cellulare che è un fattore di trascrizione nelle cellule neuronali.

Lo xantumolo, quindi, riducendo il livello di stress ossidativo sulle cellule, fornisce un prezioso contributo nel contrastare l’insorgenza delle malattie a carico del nostro sistema nervoso e si dimostra un nuovo, valido alleato nella lotta alle patologie neurodegenerative.

Assodate le proprietà della birra anche per mantenere sano il nostro cervello, quale tipologia è da preferire? Per assicurarci un buon quantitativo di xantumolo, sarebbe meglio scegliere birre con più elevato contenuto di luppolo, cioè birre più amare e artigianali, perché, a differenza di quelle industriali, sono prodotte utilizzando i fiori di luppolo e non un concentrato. E allora...beviamoci su, ma sempre con moderazione.

Acqua e malto non sono sufficienti per ottenere la birra. Altri due ingredienti fondamentali sono, infatti, il luppolo e i lieviti. Scopriamo qual è la loro funzione.

Luppolo

Pianta rampicante della famiglia delle ortiche, il luppolo presenta fiori maschi e fiori femmina. I primi vengono eliminati, mentre i secondi vengono fatti crescere senza che siano fecondati. Sono questi ad essere utilizzati per la produzione della birra. I fiori femmina, infatti, contengono la luppolina una sostanza dotata di tre componenti aromatiche: tannini, oli essenziali, acidi amari. Se questi ultimi conferiscono alla birra il classico aroma amarognolo, i tannini contribuiscono alla formazione della schiuma e coagulandosi con le proteine durante la fase di cottura del mosto, consentono la chiarificazione della birra, gli oli essenziali, infine, sono i responsabili degli aromi che vengono ceduti alla birra. Il luppolo è essenziale non solo per l’aroma, ma anche perché funge da conservante naturale, frenando la riproduzione dei batteri. È ancora il luppolo a stimolare l’appetito prodotto dalla birra. Esistono diverse tipologie di luppolo: i luppoli amari che presentano più acidi amari che aromatizzanti, i luppoli aromatici, nei quali gli elementi sono più aromatici che amari e quelli misti, che presentano entrambe le caratteristiche. Oltre al luppolo nel processo produttivo possono essere impiegati altri aromi, come la frutta (ciliegie, lampone, ecc.), le spezie (zenzero, pepe, cannella, noce moscata) e le erbe (rosmarino, tabacco, castagna).

Lieviti

La fermentazione, in passato, era ritenuta quasi un prodigio, il fenomeno fu compreso solo nel 1875 quando Pasteur, studiando la birra, evidenziò le funzioni svolte dai lieviti, organismi capaci di trasformare gli zuccheri del malto e nel mosto in alcol, anidride carbonica e altre sostanze durante il processo di fermentazione. Si distinguono birre ad alta fermentazione, in cui il processo avviene ad una temperatura compresa tra i 15 e i 30 C°, tra le più conosciute c’è sicuramente la ale; birre a bassa fermentazione, in cui la temperatura si mantiene tra i 10 e i 15 C°, decisamente più leggere e dotate di aromi erbacei o floreali, come la famosissima lager; birre a fermentazione spontanea prodotte con l’antico metodo medioevale, che impiega i lieviti presenti naturalmente nell’atmosfera, un esempio di birra prodotta con questo processo è la lambic.

Morbida e golosa, la Guinness cake è una cheesecake molto speciale. Il merito va proprio alla Guinness che, con il suo aroma intenso, dona a questa torta un sapore e un retrogusto caratteristico e speciale. L’aspetto richiama il boccale della famosa birra irlandese, grazie al contrasto di colore tra la base e la copertura di crema bianca Facilissima da realizzare, la Guinness Cake conquisterà di certo i vostri ospiti. Ecco come realizzarla.

Ingredienti:

  • Burro a temperatura ambiente 225 gr.
  • Zucchero di canna 350 gr.
  • 4 Uova
  • Farina 00 225 gr.
  • Cacao in polvere amaro 100 gr.
  • Birra Guinness 400 ml
  • Lievito chimico in polvere 1 bustina

Per la copertura:

  • Mascarpone 200 gr.
  • Philadelphia 200 r.
  • Zucchero a velo 250 gr.

Preparazione

Setacciate in una ciotola la farina con il lievito e il cacao amaro. Poi mettete in una ciotola il burro morbido e lo zucchero di canna scuro e lavorate gli ingredienti con una planetaria, oppure con lo sbattitore elettrico e formate una crema. Unite le uova ad una ad una e continuate ad amalgamare fino a che non saranno ben incorporate nel composto. Aggiungete le polveri un cucchiaio per volta fino ad ottenere un impasto omogeneo e cremoso. Infine aggiungete a filo la birra Guinness e mescolate.

Imburrate e foderate con carta da forno una tortiera con cerchio apribile del diametro di 22-24 cm. e versateci l’impasto della torta in modo omogeneo. Infornate in forno caldo a 180° per 1 ora e 10 minuti, quindi sfornate la Guinness cake e lasciatela raffreddare.

Preparate intanto la crema per la copertura: mescolate il mascarpone con il philadelphia e lo zucchero a velo, lavorando gli ingredienti con una frusta per ottenere una crema morbida e densa. Versate la crema sulla torta, utilizzando una spatola per formare dei ciuffi mossi che ricordino la schiuma della birra Guinness.

Fonte: giallozafferano.it

Prosegue il nostro viaggio nella storia della birra, oggi vi raccontiamo come era prodotta e consumata nel Medioevo. Con la caduta dei Romani e la conseguente cristianizzazione, in Europa si assiste a consistenti fenomeni migratori. A diffondere la birra in Europa del Nord e, in seguito, anche nel resto del continente ci pensarono alcuni monaci irlandesi. Nell’anno 1000 d.C. la birra passa da una produzione casalinga ad una prima produzione industriale; è così che nasce la figura del Mastro Birraio, figura che ha contribuito, in quel periodo, a salvare migliaia di persone dalle ricorrenti epidemie. In un’epoca in cui la purezza dell’acqua non era garantita, la birra era la bevanda igienicamente più sicura.

L’arte della produzione della birra, nel Medioevo, era affidata ai monaci. Il più antico monastero ad aver prodotto birra è quello italiano di Montecassino, seguito dal monastero benedettino di Weihenstephan, nei pressi di Monaco e dalle abbazie belghe, ognuna delle quali possiede la propria birreria. È proprio tra queste mura che si abbandona l’impiego del tino in coccio e si inizia ad usare un recipiente in rame, che attribuisce alla birra migliori caratteristiche organolettiche.

I frati la consideravano un vero medicinale dai poteri terapeutici e medicamentosi. La birra veniva somministrata ai convalescenti come ricostituente, alle partorienti affinché producessero più latte ed era indicata per migliorare la digestione e la circolazione del sangue.

I monaci della Baviera introdussero, tra le altre cose, un nuovo sistema di fermentazione della birra, grazie alla sua conservazione nelle cantine. Al fresco alcuni lieviti fermentavano più lentamente, consentendo in questo modo una migliore conservazione della birra. Il procedimento prese il nome tedesco di lager, che significa, appunto, deposito, magazzino.

In merito agli ingredienti, prima dell’introduzione del luppolo, dovuto a Suor Hildegard von Bingen, in grado di migliorare la conservazione della bevanda, alla birra veniva aggiunta una miscela di erbe e bacche, come mirto, ginepro e rosmarino, che prendeva il nome di gruyt.

Nel 1516 a regolamentare la corretta preparazione della birra ci pensa Guglielmo IV con il Reinhetsgebot, letteralmente “editto della purezza”, con il quale obbligava i maestri birrai bavaresi ad utilizzare soltanto acqua, luppolo e malto d’orzo per la preparazione della birra. I controlli erano molto rigorosi. I notai, incaricati di verificare la purezza della bevanda, versavano la birra su una panca di legno e vi facevano sedere il Mastro Birraio, se asciugandosi i calzoni di cuoio non restavano attaccati alla panca la birra era si buona qualità, in caso contrario significava che la birra era stata aromatizzata con le resine e allora il malcapitato veniva immerso in un pentolone con la sua stessa birra e con grandi pezzi di ghiaccio.

L’industria della birra si espanse fino al XVI secolo, quando, in seguito alle guerre religiose, le pesanti tassazioni fecero crollare considerevolmente i consumi di questa bevanda. La ripresa avvenne dal XVIII in poi, quando tassazioni meno gravose e migliori tecniche di lavorazione ne abbassano i costi, migliorandone, al contempo, la qualità.

La birra, lo sappiamo è una bevanda dagli innumerevoli benefici e proprietà nutritive, ma che proteggesse anche alle ossa non ce lo aspettavamo di certo! E invece è proprio così. Due recenti studi, il primo condotto dall’Università della California di Davies e il secondo dall’Università di Cambridge hanno rivelato che la birra contiene elevate quantità di un minerale molto prezioso per la salute delle nostre ossa. Si tratta del silicio organico, un elemento fondamentale per la formazione delle ossa, che è anche capace di proteggerle dall’indebolimento tipico dell’osteoporosi, malattia del sistema scheletrico, che colpisce soprattutto le donne dopo la menopausa. Ma non è tutto. Il silicio stimola la formazione di nuovo materiale osseo, rallenta il processo di decalcificazione e evita, in questo modo, la perdita di densità ossea.

Dopo aver analizzato oltre 100 tipi di birre per capire che impatto avessero le materie prime e il processo di fermentazione sulla quantità di silicio presente nella birra, i ricercatori sono giunti alla conclusione che il minerale è presente in una forma altamente assimilabile dal nostro organismo: circa il 50% è in grado di rinforzare ossa e tessuti.

Già nel 2009 uno studio dall’Università di Caceres in Spagna, pubblicato sulla rivista Nutrition, aveva preso in esame oltre 1.700 donne con un’età media di 48 anni. Dopo aver raccolto informazioni sulle abitudini alimentari delle signore e sul loro stile di vita, i ricercatori avevano misurato la loro densità ossea. I dati avevano dimostrato che quella più densa e cioè quella a minor rischio di fratture apparteneva alle donne che consumavano birra moderatamente. La motivazione riguarda proprio gli elevati livelli di silicio contenuti nella birra.

Fra tutti gli alimenti della dieta occidentale la birra, secondo i ricercatori, è quello a più elevato contenuto di silicio, oltre a contenere una’altra sostanza utile per le nostre ossa. Si tratta del fitoprogesterone, variante vegetale del progesterone, molto simile all’estrogeno prodotto dal corpo umano.

A determinare la presenza di questo minerale all’interno della birra contribuiscono le materie prime e il processo produttivo. Il luppolo e il malto contengono elevati livelli di silicio. La maggiore concentrazione del minerale risiede nella buccia dell’orzo e la produzione del malto concorre a preservarlo. Il malto più chiaro, utilizzato per le birre bionde, avendo subito una cottura meno intensa, è quello che contiene una maggiore quantità di silicio.

Le signore sono avvertite: una bionda al giorno può aiutarle a scacciare lo spauracchio della tanto temuta osteoporosi.

Di cosa è fatta la birra? Cereali, lievito, luppolo e naturalmente acqua. Detta così sembra facile, ma per ottenere una buona birra bisogna scegliere i migliori ingredienti e dosarli accuratamente. Entriamo, allora, nel merito della questione, andando a conoscere più da vicino due di questi preziosi ingredienti: l’acqua e i cereali. Nel prossimo post, invece, ci soffermeremo sul luppolo e sui lieviti.

L’acqua

Ce ne vogliono 14 litri per un litro di birra e rappresenta oltre il 90% del suo volume. Nonostante sia la materia prima più facile da reperire è anche uno degli ingredienti meno facili da impiegare. Le sue proprietà organolettiche, infatti, incidono in modo rilevante sulla qualità e sul gusto stesso della birra. La maggiore durezza, determinata dalla maggiore presenza di calcio e magnesio, è indicata per la produzione di stout, porter, bock e doppelbock, in quanto esalta l’amaro del malto tostato, mentre un’acqua più dolce è più indicata per birre chiare e leggere come le lager e le pils. La presenza, in minime quantità, di rame e zinco rafforza la vitalità dei lieviti, mentre ad esaltare l’amarezza e la secchezza del luppolo ci pensano i solfati; i cloruri, infine, conferiscono una maggiore corposità, donando maggiore dolcezza alla birra.

Il Malto

Per produrre la birra possono essere impiegati tutti i cereali, ma è l’orzo quello più utilizzato. Il motivo? E’ quello più resistente ai cicli produttivi e climatici. L’orzo, però, non può essere impiegato direttamente nel processo produttivo in quanto gli zuccheri contenuti nei chicchi non sono immediatamente fruibili, ma bisogna attivare gli enzimi presenti al loro interno, attraverso la maltazione. Senza gli enzimi la birra non esisterebbe perché sono proprio queste particolari proteine a rompere gli amidi in zuccheri semplici.

Per ottenere il malto bisogna seguire un processo ben preciso: si inizia dalla macerazione del cereale in acqua, a cui segue la germinazione, ovvero la formazione dei germogli e la tostatura, cioè l’essicazione del cereale. Il malto gioca un ruolo decisivo nella definizione dello stile a cui apparterrà la birra. In base al cereale impiegato e al grado di tostatura si individua lo stile e il colore della bevanda. Esistono diverse tipologie di malto, tra cui ricordiamo il malto Caramello tra i più comuni, il malto Pils dal gusto morbido e dolce, il malto Crystal dall’aroma alla nocciola utilizzato per produrre le ale, il malto di Vienna impiegato per la produzione delle lager, il malto Chocolate usato per stout e porte e il malto smoked che conferisce alla birra il caratteristico aroma affumicato.

I malti a base di altri cerali sono altrettanto importanti per alcune tipologie di birra: il malto di frumento conferisce alle weiss il loro tipico aroma speziato, quello di avena caratterizza spesso le stout, mentre quello di segale viene aggiunto per conferire note speziate e più amare. La scelta di un cereale varia in base alla sua disponibilità: in Africa, ad esempio, si usa il miglio o la radice di manioca, in Brasile si impiegano le patate e in Messico l’agave.

Quando si parla di schiuma ci si divide immediatamente tra favorevoli e contrari, tra coloro che non potrebbero fare a meno di immergere le labbra in quella soffice nuvola bianca e tra chi, al contrario, preferisce assaporare direttamente la birra. A sentire i puristi, però, resta sempre valido il vecchio detto secondo il quale “una birra senza schiuma è come una signora senza ornamenti”. Chi ama davvero questa bevanda non può rinunciare al cappello di schiuma, un elemento di cui una birra che vuole farsi chiamare tale, non potrebbe fare proprio a meno. Cerchiamo di capire, allora, perché si forma, come avviene questo processo e quali sono i suoi benefici.

Perché si forma la schiuma sulla birra?

Premesso che ogni birra ha la sua schiuma, in quanto ognuna presenta una diversa tipologia e un quantitativo differente di bollicine, queste sono il risultato delle proteine contenute nella birra. Durante il processo di fermentazione, infatti, i batteri consumano gran parte delle proteine contenute nel malto d’orzo, dando vita agli amminoacidi che concorrono alla formazione della schiuma. Inoltre, le resine contenute nel luppolo aumentano la resistenza delle bolle, rappresentando il secondo importante componente solido della schiuma.

 

Come si forma la schiuma?

All’apertura di una bottiglia di birra l’anidride carbonica, prodotta dai lieviti durante la fermentazione, viene rilasciata rapidamente tendendo di nuovo allo stato gassoso, è in questo momento che si forma la schiuma.

Quali sono le principali caratteristiche della schiuma?

Una schiuma di buon livello deve risultare compatta e persistente. Se il colore può variare dal bianco candido, all’ambrato, fino al marrone in base al grado di tostatura del malto, la sua corposità è fondamentale: dovrebbe formare sulle pareti del bicchiere quelli che in gergo si chiamano “merletti di Bruxelles”.

Benefici della schiuma

La schiuma non è solo piacevole al palato, ma possiede dei veri e propri benefici. In primo luogo è proprio il cappello di schiuma l’elemento indispensabile per trattenere il profumo della bevanda e le relative sfumature, esaltandone il gusto. Una schiuma adeguata e molto compatta non solo protegge la birra dal processo di ossidazione, ma in quanto conseguenza della fuoriuscita dell’anidride carbonica in eccesso, contribuisce anche a ridurre la sensazione di gonfiore, rendendo la birra stessa più digeribile.

Se la schiuma manca?

Se la schiuma è assente i motivi possono essere diversi: il bicchiere potrebbe non essere perfettamente pulito o non bagnato con acqua fredda, oppure la temperatura a cui è stata versata la birra potrebbe essere troppo bassa o troppo alta. Insomma la presenza della schiuma ci aiuta a capire anche se la bevanda è stata versata nel modo giusto oppure no.

Il brasato alla birra è un secondo piatto molto diffuso, soprattutto nel Nord Italia. Spesso è accompagnato dalla polenta, altro piatto tipico settentrionale. Si tratta di un secondo a base di carne gustoso e saporito già di per sé, dal grande sapore e dall'inconfondibile profumo. Noi ve lo proponiamo con l'accompagnamento di piccole rape e soprattutto con l'aggiunta della birra, in grado di conferire al vostro brasato un aroma ancora più caratteristico, che, ne siamo certi, ve lo farà apprezzare ancora di più.


Ingredienti

  • 1 chilogrammo di cappello del prete
  • 6 rape
  • 400 millilitri di birra scura
  • 1 spicchio d’aglio
  • 2 foglie di alloro
  • 2 carote
  • 1 gambo di sedano
  • olio di oliva extravergine q. b.
  • pepe q.b.
  • sale q. b.

 

 

Preparazione

Prendete una casseruola abbastanza ampia ed alta. Aggiungete un filo d’olio e ponete con delicatezza la carne all’interno della pentola. Lasciate rosolare per pochi minuti, aggiungete l’aglio intero e sbucciato, le carote pulite, il sedato a tocchetti e le foglie di alloro. Lasciate cuocere a fuoco basso per 10 minuti. Cospargete la carne con sale e pepe, poi bagnatela con la birra, facendo attenzione a non esagerare. Lasciate cuocere a fuoco lento per 1 ora e 30 minuti. Pulite le rape e lavatele. Tagliatele a spicchi della stessa dimensione e versatele delicatamente nella pentola con la carne. Lasciate cuocere per altri 30 minuti. Con una forchetta controllate che le rape siano cotte. Spegnete e lasciate raffreddare. Servite impiattando con olio crudo a piacere.

 

Fonte: salepepe.it

La storia della birra, come abbiamo visto nasce con le donne e con le donne prosegue.

Si deve al gentil sesso, infatti, il primato nella produzione della birra: da alcuni documenti risalenti alle civiltà sumere ed egiziane si evince che fare birra era un’attività svolta all’interno delle mura domestiche, di cui, al pari della produzione del pane, si occupavano le donne, almeno fino al Medioevo.

Risalgono a questo periodo alcune leggi che in Germania riconoscono il diritto di proprietà delle donne sul materiale da brassaggio, che spesso entrava a far parte della stessa dote di matrimonio. L’esclusiva femminile nella preparazione della birra accomuna un po’ tutte le nazioni dell’epoca. Se in Gran Bretagna sono le “Ale Wives” le depositarie della preparazione e della vendita della birra, dalla quale molte famiglie ricavavano un notevole guadagno, in Finlandia la creazione della birra non soltanto viene attribuita al sesso femminile, ma secondo la tradizione tra gli ingredienti principali dell’amata bevanda ci sono tre donne, la saliva di un orso e il miele selvatico.

Non è un caso, quindi, che molte divinità legate alla birra fossero femminili: i sumeri adoravano Ninkasi , unica figura sacra associata a una professione, mentre gli Egizi consideravano Hathor la dea dell’arte brassicola. Nella Germania del XII secolo spicca una delle figure ritenute più influenti nella storia della birra: sant’Ildegarda da Binden, badessa del monastero benedettino di Rupertsperg e grande botanica. A lei si deve l’introduzione del luppolo e in un certo senso anche la nascita della birra così come la conosciamo noi oggi.

Le donne non producevano solo la birra, la consumavano anche: si dice che la regina Elisabetta I bevesse birra fin dalla colazione e in diversi momenti della giornata. In seguito, con l’avvento della rivoluzione industriale, la nascita di nuovi metodi di fabbricazione della birra e la diffusione stessa dei pub, la donna perse la sua posizione centrale nell’ambito della produzione della birra, fino a ritrovarsi esclusa quasi completamente. La produzione birraia divenne quasi esclusivamente un affare per soli uomini.

Oggi la birra rappresenta ancora una bevanda molto amata dall’universo femminile. Con la diffusione dei birrifici artigianali, infatti, non sono poche le donne che rivestono il ruolo di birraio, o che sono coinvolte nel processo produttivo della bevanda. Ma non è tutto. Le donne italiane si sono confermate, di recente, le prime consumatrici al mondo di birra perché leggera e salutare grazie al prezioso apporto di antiossidanti.

Alzi la mano chi non ha mai creduto che i diabetici non possono bere birra a causa della presenza di zuccheri. In realtà si tratta di una vera e propria credenza. Diversi studi infatti, dimostrano, come vedremo, che bere birra, naturalmente in misura moderata, previene addirittura l’insorgere della tanto temuta malattia in soggetti a rischio.

 

Ma andiamo per ordine. Alcuni ricercatori americani hanno condotto il Diabetes Prevention Program, un programma di ricerca che aveva come obiettivo quello di indagare a fondo la relazione esistente tra consumo moderato di bevande alcoliche a bassa gradazione, come la birra, e i fattori di rischio del diabete. Oltre tremila persone con alterata tolleranza al glucosio, elevata glicemia a digiuno e un indice di massa corporea piuttosto alto, superiore a 24, sono stati sottoposti allo studio. Per tre anni i ricercatori li hanno seguiti con un follow – up, assegnando loro precise indicazioni sul consumo di alcol. I risultati parlano chiaro: un moderato consumo di bevande alcoliche è strettamente associato ad una minore incidenza del diabete. In particolare l’insorgenza della malattia è più bassa tra coloro che bevono da uno a due bicchieri al giorno di alcol, rispetto a chi ne beve meno di uno e addirittura agli astemi.

 

Un secondo studio condotto dai ricercatori dell’Università di Washington ha preso in esame la struttura molecolare degli umuloni, ovvero le sostanze contenute nel luppolo che conferiscono alla birra il tipico sapore amarognolo. Gli umuloni, infatti, potrebbero rivelarsi utili non solo nel processo di fermentazione della birra, ma anche nella produzione farmaceutica di medicine in grado di combattere il diabete e persino alcune forme tumorali. Dai risultati della ricerca si evince che alcune molecole degli umuloni siano in grado di influenzare specifiche malattie, mentre altre, con una leggera differenza nella disposizione degli atomi, siano risultate inefficaci. Il prossimo passo, quindi, una volta stabilite quali siano le molecole giuste, riguarda la creazione in via sperimentale di veri e propri farmaci.

 

E se ancora non foste convinti, un terzo studio condotto dai ricercatori dell’Università di Barcellona ha dimostrato come l’acido folico, le vitamine, il ferro e il calcio contenuti nella birra siano in grado di dare vita ad un mix chimico naturale capace di proteggere i soggetti a rischio dal manifestarsi del diabete.

 

E allora...a tutta birra! Naturalmente senza esagerare.

Club della caraffa Augustiner

Bere bene, lo sappiamo è un’arte ed è ancora un’arte quella di saper abbinare correttamente la birra al cibo. E’ una questione di gusto, di esperienze gastronomiche, ma soprattutto di una predisposizione innata. Antica Birreria Wührer vuole premiare chi ha questa dote e per fare questo ha deciso di fondare iil Club della Caraffa Augustiner con un obiettivo ben preciso: promuovere proprio la cultura del “Bere bene”, cioè del bere in modo sano, genuino e responsabile.

Se ami la birra e sei convinto che per il raggiungimento di uno stato di benessere è fondamentale sì mangiare bene, ma anche accompagnare ogni pietanza con la birra giusta, il Club della Caraffa Augustiner è quello che stavi aspettando.

Entrare a far parte del Club della Caraffa è molto semplice: basta inviare la propria richiesta scritta al Consiglio Direttivo e imbucarla nell’apposita urna dell’Antica Birreria Wuhrer. Il Consiglio Direttivo è composto da 5 membri: 2 della Società a 5 Stelle s.r.l., 1 nominato dalla Società e 2 membri del Club, scelti tra coloro che dimostreranno di aver incarnato al meglioi i principi del Club.

Ogni socio avrà diritto:

  • Ad una caraffa da un litro, da utilizzare solo all’interno dei locali della birreria
  • A consumatore un litro di birra, utilizzando la sua caraffa tutte le volte che lo desidera
  • Ad una spilla di riconoscimento da indossare presso l’Antica Birreria Wührer
  • Ad essere premiato in base al consumo di birra
  • A ricevere una tessera che gli consentirà di usufruire di sconti e promozioni su cene per sé ed un accompagnatore e sull’acquisto dei materiali dell’Antica Birreria Wührer

Il socio dovrà dimostrare di saper bere bene, di saper effettuare i giusti abbinamenti cibo – birra e dovrà distinguersi per condotta morale all’interno dei locali dell’Antica Birreria Wührer. Se il suo comportamento sarà giudicato corretto egli avrà diritto a 5 punti. Ogni sei mesi saranno conteggiati i punti di ogni socio per stilare la prima classifica parziale dei Soci del Club della Caraffa Augustiner. I primi in classifica riceveranno dei premi che saranno comunicati periodicamente. Una volta l’anno il Consiglio Direttivo conferirà il premio “Club della Caraffa Augustiner” ai soci che si saranno distinti per il loro comportamento e per la condotta morale all’interno del Club stesso.

Vuoi saperne di più? Ti aspettiamo mercoledì 18 marzo per la presentazione del Club e mercoledì 1 aprile per la prima serata degustazione. Diventa anche tu socio del Club della Caraffa Augustiner! Esclusivi vantaggi ti aspettano!

Goulash alla birraIl goulash è una ricetta tipica ungherese a base di carne e verdure. Gustoso e molto saporito, il goulash deve le sue origini ai mandriani ungheresi che durante i loro spostamenti erano soliti preparare questo "spezzatino" di carne di vitello che poi essiccavano e facevano rinvenire con brodo e verdure. Il suo stesso nome deriverete da "gulyàs" che significa "mandriano". Col passare del tempo, verso la fine del XVIII secolo la gulyásleves, la minestra dei mandriani, dalla prateria arrivò ad essere conosciuta dalle famiglie borghesi ed a riscuotere il grande successo che ha portato il gulash a diventare il piatto tradizionale ungherese per eccellenza. Noi ve lo proponiamo nella versione con la birra scura.

Ingredienti

  • 225 g di arrosto di maiale
  • 120 g di arrosto di manzo
  • 120 g di prosciutto affumicato
  • 1 pezzetto di burro
  • 1 cipolla
  • 1 costa di sedano
  • 1 peperone rosso
  • 3 cucchiai di farina bianca
  • 500 g di pomodori
  • 1,5 l di brodo di manzo
  • 1 bicchiere di birra scura
  • Semi di cumino
  • Olio extravergine d’oliva

Preparazione
Tagliate le carni a dadini. Scaldate l’olio in un tegame e ponetevi tutte le verdure tagliate a pezzi, facendole soffriggere. Aggiungete la birra e lasciate rosolare a fiamma vivace. Aggiungetevi poi la farina e fate cuocere fino a quando non si sarà tutto caramellato. Aggiungete ora il brodo e versatevi le carni a pezzetti, lasciando cuocere per un paio d’ore. A cottura ultimata, unite i semi di cumino e servite caldo.

Foto: Giallo Zafferano

la birra è roba da donneNell’immaginario collettivo la birra è stata da sempre associata alla figura maschile. Invece è molto più vicina alle donne di quanto non si pensi. E questo non solo perché recenti indagini ci dicono che, ad esempio, le donne italiane sono le prime consumatrici di birra al mondo e perché bere birra le rende molto più emancipate e sicure di sé, ma anche perché nella storia della birra ci sarebbe lo zampino della donna. E non solo di una.

Diversi millenni fa, l’orzo è stato il primo cereale ad essere coltivato, quello che ha accompagnato il passaggio di tanti popoli dal nomadismo alla fondazione di villaggi e in generale l’alimentazione si fondava soprattutto su legumi e cerali. La storia della birra prende il via proprio con la nascita della civiltà e lo stesso nome della bevanda, da latino bibere, ci fa capire come sia sempre stata sinonimo di bere.

Ma come è nata la birra? Sarebbe stata proprio una donna ad inventarla, probabilmente in modo casuale. Nell’antica Mesopotamia, 10.000 anni prima della nascita di Cristo, un’antica leggenda narra che una donna dimenticò fuori casa un’anfora colma di cereali. La pioggia caduta quella notte bagnò i cereali e dette il via, in modo del tutto casuale, al processo di fermentazione, producendo una sostanza liquida dolciastra, considerata sin da subito non solo piacevole al palato, ma anche in grado di migliorare il benessere fisico ed emotivo, grazie alle sensazioni che generava.

Le donne erano chiamate a selezionare accuratamente gli ingredienti e a loro era riservata la produzione della prima birra. In quanto detentrici del sapere in materia birraia, le donne hanno contribuito alle prime scoperte che hanno portato, passo dopo passo, alla nascita della birra come la intendiamo noi oggi. Ad esempio sono state loro a rendersi conto che per accelerare il processo di fermentazione bastava masticare i grani e questo perché, si è scoperto secoli dopo, la saliva contiene un enzima, la ptialina in grado di trasformare l’amido in zuccheri adatti alla fermentazione.

La birra, dunque, è sempre stata fortemente legata all’universo femminile e le donne possono essere considerate, senza ombra di dubbio, le prime vere birraie della storia, come vedremo in seguito.

bere birra fa bene al cuoreGli amanti della birra hanno un motivo in più per alzare i boccali e brindare.

La bevanda a base di acqua, luppolo, orzo e lievito, infatti, non è solo buona e ricca di preziosi nutrienti, ma aiuterebbe anche il nostro cuore a rimanere sano. Lo afferma uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista “Nutrition” e condotto da un gruppo di ricercatori greci dell’Università di Harokopio. Gli scienziati hanno condotto un esperimento su 17 adulti sani, facendo bere loro una pinta di birra (circa mezzo litro) e verificando gli effetti della bevanda sul loro organismo.

Il risultato è stato sorprendente: in poche ore la condizione dei vasi sanguigni intorno al cuore è migliorata, così come la circolazione sanguigna, mentre anche le arterie hanno acquisito maggiore flessibilità.

Il merito sarebbe delle buone quantità di polifenoli, preziosi antiossidanti, che agiscono sui radicali liberi, sostanze tossiche, riconosciute come una delle possibili cause di malattie cardiovascolari, oltre a contenere la Vitamina B6 in grado di ridurre l’aumento dell’omocisteina, un particolare tipo di amminoacidi che fa crescere il rischio di attacchi cardiaci e favorisce la predisposizione a patologie cardiocircolatorie. La birra, inoltre, contribuisce maggiormente all’apporto di acido idrobenzoico, che ridurrebbe del 53% il rischio cardiovascolare.

Ma non è tutto. Le persone in questione, infatti, sono state invitate a bere successivamente birra senz’alcol e vodka senza alcun risultato in termini di flessibilità delle arterie e flusso di sangue. Ma come è possibile che proprio la classica birra possa generare tali effetti benefici? Secondo i ricercatori che hanno condotto lo studio il motivo sarebbe da ricercare nella particolare combinazione di antiossidanti ed alcol in bassa quantità.

Allora possiamo affermare senza indugio che “Una pinta al giorno toglie il cardiologo di torno”. La quantità sufficiente ad ottenere questi benefici, infatti, è di circa mezzo litro. Quindi birra sì, ma senza esagerare: per quanto ricca di effetti benefici, la birra è pur sempre una bevanda alcolica.

WCesar - Fronte CartolinaDa quando l’etichetta di birre artigianali WCesar è stata lanciata, è risultato subito chiaro che avrebbe ottenuto il successo che meritava. Le nostre tre diverse tipologie di birra, infatti, tutte non filtrate e non pastorizzate, grazie alla loro personalità ben distinta, hanno conquistato gli amanti della birra, anche quelli più esigenti. La Pils, la birra da tavola per eccellenza, si fa apprezzare per il gusto secco con note di miele di acacia, mentre è la dolcezza a caratterizzare la Saison, realizzata con malto di frumento, malto d’orzo e fiocchi di avena, l’ideale anche come aperitivo. E poi c’è la corposità della Blonde, birra a doppio malto dai sentori di candito d’arancia e d’ananas, che si presta ad abbinamenti culinari più particolari.

Oggi la famiglia WCesar si arricchisce di una nuova, prestigiosa qualità. Si tratta della WCesar Red, una rossa stile India Pale Ale, decisamente più originale ed insolita. Anch’essa rigorosamente artigianale, ad alta fermentazione non pastorizzata e non filtrata, con dry hopping, ovvero con l’aggiunta di luppolo a freddo. Questa tecnica consente di estrarre nella birra finita il maggior profumo e aroma possibile. La WCesar Red è una birra ambrata dalla schiuma fine e persistente. Unica per il suo aroma agrumato grazie al mango, all’arancio e al frutto della passione, si presenta secca, ma con un’invidiabile morbidezza nonostante l’abbondante luppolatura.

Potete assaggiare in anteprima la WCesar Red durante una cena a tema, giovedì 26 febbraio.

Un menu pensato per farvi assaporare abbinamenti insoliti ed originali, che partono dai piatti della tradizione culinaria del nostro territorio. Si inizia con un antipasto a base di torta salata e speck per proseguire con degli gnocchi con ragù di stinco alla WCesar Red. Per concludere la deliziosa torta Sacher e l’immancabile caffé. Il costo della cena è di € 20 a persona. Riscoprite tutto il profumo del luppolo e assaporate gli intensi toni fruttati di una birra che non si farà dimenticare!

Prenotazioni al numero: 030 336 5126.

Irish Pub

FIVE STAR, il più autentico tra gli Irish Pubs ad oggi presenti in Italia, interamente realizzato con materiali e manodopera irlandesi.

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Birreria

Immutata nel tempo, la classica birreria, uno dei luoghi storici per amanti della bionda bevanda, offre ai suoi clienti un caratteristico ambiente bavarese.

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Il ristorante pizzeria, un luogo elegante dove si possono gustare degli ottimi piatti bavaresi, dell'ottimo pesce ma, anche pizze per tutti i gusti.

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E per l’estate l’Antica Birreria propone ai suoi clienti il fresco giardino, con i suoi platani secolari ed i suoi 1000 posti.

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